Premessa
Riteniamo che l’autonomismo abbia buone possibilità di espansione nelle regioni dell’Italia settentrionale, malgrado la importante presenza leghista.
Diamo alcuni elementi per verificare regione per regione la situazione politica e sociale che potrebbe offrire un fertile terreno per la affermazione di una azione autonomista.
La situazione nelle singole regioni
Valle d’Aosta
Regione a Statuto speciale che ha conquistato tale status in forza della presenza di una compatta minoranza linguistica francofona, che si è giovata costantemente della presenza, al di là dello spartiacque, di una potenza europea del’importanza della Francia. Dalla sua costituzione è governata con coalizioni varie guidate dal maggiore partito della minoranza, l’Union Valdotaine. Attualmente la Regione è governata da una coalizione interamente autonomista, che comprende l�~Union Valdotaine, Stella Alpina e Federazione autonomista. Alle regionali del 2008 l’Union Valdotaine ha ottenuto il 44,39 % dei voti, la Federazione Autonomista il 6,17%, e la Stella Alpina l’11,39%. Il Consiglio Regionale è composto da 17 consiglieri dell’UV, da 4 della Stella Alpina e da 2 della Federazione autonomista. Gli autonomisti di sinistra del VDA e i partiti italiani costituiti dal PDL e dal PD sono all’opposizione. La Lega non è rappresentata. I principali gruppi autonomisti sono costituiti dall’Union Valdotaine (www.unionvaldotaine.it), dalla Federation Autonomiste (www.federation_autonomiste.it), dalla Stella Alpina (www.stellalpina.org) di centro o di centro destra, cui si aggiunge l’ALPE di centrosinistra (www.alpevda.eu).
Il mondo autonomista locale è tutto compreso nelle formazioni politiche di lingua francese, caratterizzate da un forte impianto territoriale, e sostenute anche da un proprio sindacato, il Syndicat Autonome des Travailleurs Valdotains (www.savt.org) e da un’organizzazione culturale come il Foyer valdotain (www.foyervaldotain.it) per cui scarsi spazi rimangono a disposizione per altre forze autonomistiche. Ciò che può farsi è l’avvio di accordi federativi che si fondino su due punti fondamentali: la difesa dell’autonomia speciale e la tutela e valorizzazione della minoranza linguistica francofona. In nome della difesa della specialità, che lega la Val d’Aosta alle altre regioni a statuto speciale, accordi di collaborazione vanno avviati con l’UV ed eventuali accordi federativi con le formazioni autonomiste minori di centro e centro destra.
Piemonte
Ragione a statuto ordinario ove dato il ruolo assunto nel processo di unificazione dell’Italia le tendenze secessioniste della Lega hanno scarse possibilità di affermarsi e la conquista della Presidenza da parte di un esponente leghista è dipeso solo da accordi di vertice nell’ambito del centro destra. Attualmente il centro destra costituito dal PdL e dalla Lega governa la Regione.Nelle ultime elezioni regionali del 2010 il PdL ha conquistato il 25,05 % dei voti, e la Lega il 16,74%, mentre nelle Europee del 2009 il PdL ha ottenuto il 32,41% e la Lega il 15,69%.
Alle Regionali le forze autonomiste hanno raccolto complessivamente il 1,33% (Piemonte Si, Lega Padana, Grilli parlanti dell’ex leghista Rabellino), mentre l’MPA non si è presentato.
Alle Europee Autonomia ha raccolto lo 0,79% cui si aggiunge il 0,58% delle liste valdostane, per un totale autonomista dell’1,37 che deve essere depurato dell’apporto della Destra.
Alle Provinciali del 2009 il MPA si è presentato ad Alessandria con lo 0,48%, a Novara con lo 0,43% e a Torino con lo 0,22%. La Lega Padana si è presentata a Torino con l’1,02% e a Biella con due liste autonomiste locali sostenitrice di uno speciale statuto d’autonomia provinciale, conseguendo complessivamente il 2,64% dei voti.
Malgrado ciò non emerga dai risultati elettorali il potenziale autonomista del Piemonte potrebbe essere consistente, se si considerano i seguenti aspetti. In Piemonte è diffuso un forte attaccamento alle comunità e alle tradizioni locali, che si unisce allo stesso tempo alla coscienza del ruolo che il Piemonte sabaudo ebbe nel processo di unificazione italiana, il che spiega le difficoltà con cui le parole d’ordine secessionista riescono ad essere accolte in tale regione. Un secondo aspetto da considerare è la presenza nelle parti montuose delle province di Cuneo e di Torino di una consistente minoranza linguistica, quella occitana, che sta dimostrando i segni di un notevole risveglio.
Esistono alcune organizzazioni autonomiste, tra le quali merita citare quella animata da un ex deputato leghista ora portavoce l’on. Guido Rossi, il Movimento regionalista – Movimento politico delle terre e delle genti del Piemonte (www.movimentoregionalista.org), che gestisce un sito assai ben fatto.
Una forte azione di rivalutazione delle tradizioni storiche piemontesi unite alla valorizzazione della minoranza linguistica occitana, con il richiamo al positivo esempio dell’autonomia valdostana, può rappresentare la linea di fondo per l’affermazione di un movimento autonomista di grande impegno verso la tradizione storica piemontese, contro i richiami secessionisti della Lega.
Lombardia
Regione a Statuto ordinario che ha visto nascere le principali forze politiche di centro destra, Forza Italia da un lato e la Lega dall’altro. Alle ultime regionali il PdL ha conseguito il 31,79% dei voti, contro il 26,21% della Lega, cui si aggiunge la Destra con lo 0,16% dei voti.
Alle Regionali del 2010 nessuna forza autonomista ha presentato proprie liste.
Alle Europee del 2009 si sono presentate solo Autonomia (comprensiva della Destra) con lo 0,88% e le due liste valdostane con lo 0,23% , per un totale di 1,11%.
Alle Provinciali del 2009 il MPA si è presentato solo nelle Provincie di Brescia (0,17%), di Milano (0,23%) e di Lecco (0,72%). Si sono presentate altresì alcune liste autonomiste per lo più costituite da personale politico fuoriuscito dalla Lega: la Lega Padana Lombardia a Brescia (2,89%), la Lega Alpina Lumbarda a Brescia (0,54%) e a Cremona (0,91%), la Lega Lombardo Veneta a Brescia (1,02%), a Milano (1,14%), a Lecco (1,62%) e a Monza (1,64%), e infine Lombardia Autonoma a Milano (0,36%) e a Monza (0,45%). Tra le forze autonomiste la più significativa sembra essere costituita dalla Lega Lombardo Veneta, che supera ovunque il 1,0%, mentre la provincia ove sembra più consistente il movimento autonomista sembra essere quella di Brescia dove le varie formazioni conseguono poco meno del 5,0%.
Le principali organizzazioni autonomiste sono il Fronte Indipendentista Lombardia (www.frontelombardia.net), la Lega Lombardo Veneta (www.legalombardoveneta.it).
In Lombardia si è assistito negli ultimi anni ad un continuo processo di esodo di quadri leghisti insofferenti della disciplina di tipo militare che caratterizza quel movimento. A questo si unisce una crescente scoperta dei valori e del patrimonio culturale locale che andrebbero valorizzati con forza contro i processi di livellamento e di omologazione in atto emersi con particolare evidenza a seguito dei flussi immigratori e della spinta verso l’affermazione di una cultura efficientista e ostile alle alle identità locali. A tale linea programmatica andrebbero fatti emergere forti elementi di caratterizzazione in politiche a sostegno della piccola e media impresa.
Veneto
Regione a Statuto ordinario che ha visto nascere un nucleo indipendentista che poi confluirà con la Lega Lombarda per costituire la Lega Nord. E’ in questa regione che avviene nel 2010 il sorpasso nei confronti del PdL e che a pieno titolo esprime il primo Presidente leghista. Alle ultime regionali del 2010 la Lega raggiunge il 35,16% contro il 24,74 del PdL.
Alle Regionali del 2010 si presentano quattro liste autonomiste, la Liga Veneto Autonoma (0,20%), Unione-Nord Est (1,55%), Veneti Indipendensa (0,35%), Partito Nasional Veneto (0,28%), per un totale del 2,38%. In Unione Nord Est viene rieletto il consigliere iuscente del PNE Foggiato.
Alle Europee del 2009 l’unica lista autonomista è quella di Autonomia che raccoglie lo 0,61% cui si aggiunge la Südtiroler Volkspartei che ottiene 0,16%.
Alle Provinciali del 2009 si assiste alla presentazione di numerose liste autonomiste o indipendentiste. Il Progetto Nord Est del compianto Panto si presenta in tutte le province, ottenendo l’1,37% a Belluno e mediamente lo 0,5% nelle altre province. Si presenta ovunque anche la Liga Veneta ottenendo un massimo del 1,60% a Padova e mediamente lo 0,80% altrove. La Lega Lombardo Veneta si presenta a Verona (1,07%) e a Venezia (1,09%). L’Unione Nord Est si presenta solo a Verona ottenendo l’1,81%. In media le varie formazioni autonomiste ottengono circa il 4%.
Va osservato che i due gruppi Unione Nord Est (www.unionenordest.it) e Progetto Nord Est (www.progettonordest.org) presentano come punto fondamentale del loro programma la costituzione di una unica regione del Nord Est: più radicale l’UNE che prevede una unica macroregione, più flessibile il PNE che ammette anche un coordinamento delle tre regioni del Nord. Est. Gli altri gruppi nascono al contrario da processi di scissione dalla Lega Nord. Vanno citati La Liga Veneta Repubblica (www.ligavenetarepubblica.org), il Partito Nasional Veneto (www.pnveneto.org), il Partito del Popolo Veneto (www.venetie.in)
Vanno emergendo nel corpo della società veneta forti spinte identitarie che in qualche modo si riallacciano alla grande tradizione della Repubblica di Venezia e un forte senso di identificazione nel tessuto di medie e piccole imprese che hanno costituito la base portante dello sviluppo dell’economia veneta negli ultimi decenni. Va altresì sottolineata la presenza di due minoranze linguistiche, quella dei ladini dolomitici della Provincia di Belluno, ove si manifestano forti tendenze a forme di autonomia provinciale o verso il trasferimento di tutta o di parte della provincia verso la Provincia Autonoma di Trento o verso la Regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, e quella della minoranza linguistica friulana del Portogruarese che tende al passaggio alla Provincia di Pordenone, per ricomporre l’unità della Diocesi di Pordenone-Concordia
Una forte azione autonomista deve fondarsi sulla autonomia del Veneto, sulla valorizzazione delle minoranze linguistiche non venete e sulla liberazione dai legami politici ed economici dalla Lombardia, sostenuti sia dal leghismo di Bossi che dalla destra berlusconiana.
Liguria
Regione a statuto ordinario riconquistata nelle regionali del 2010 dalla sinistra. In tale regione il peso del PdL si aggira intorno al 30% mentre la Lega non riesce a sfondare, rimanendo stabilmente intorno al 10%.
Alle Regionali del 2010 non viene presentata alcuna lista autonomista.
Alle Europee del 2009 la lista Autonomia raccoglie lo 0,58% dei voti. A Questi possono aggiungersi lo 0,31% delle due liste valdostane.
Alle Provinciali del 2009 riguardanti Savona non vengono presentate liste autonomiste. In quelle del 2007 a Genova si presenta il Movimento Indipendentista Ligure (MIL) che consegue lo 0,50% di voti.
In Liguria la presa della sinistra sembra ancora forte e nel breve non facilmente scalfibile dal centro destra. La Lega ha aumentato negli ultimi anni i propri consensi, che sembrano comunque non determinanti.
La tradizione storica della Repubblica marinara conserva ancora qualche presa, tanto da favorire la costituzione del Movimento Indipendentista Ligure (www.mil2002.org), che comunque non sembra in grado di raccogliere consensi di qualche importanza.
Emilia
La regione a statuto ordinario è stata riconquistata dalla sinistra nelle regionali del 2010. In tale regione il PdL ha raggiunto appena il 24,56% dei voti, mentre la Lega ha dimostrato una dinamica espansiva, ma senza raggiungere livelli tali da consentire al centro destra di strappare alla sinistra la Regione: il 13,68%.
Alle Regionali del 2010 non viene presentata alcuna lista autonomista.
Alle Europee del 2009 la lista Autonomia raccoglie lo 0,57% di voti, come in Liguria, e la SVP lo 0,09%.
Alle Provinciali del 2009 l’MPA presenta proprie liste a Bologna (0,64%) e a Ferrara (0,35%)
In Emilia il predominio della sinistra presenta alcuni elementi di criticità ma comunque sembra reggere.
Nella Regione non risultano operare movimenti autonomisti, se si esclude la Romagna dove opera un Movimento per l’Autonomia della Romagna-MAR (www.regioneromagna.org), che si batte per il distacco della Romagna dall’Emilia, e quindi per un fine circoscritto e tendenzialmente contrapposto al resto della Regione.
Anche in questa Regione vi sono sensibilità e interessi verso le esperienze storiche attraverso cui l’Emilia e la Romagna sono passate. Le tradizioni storiche e culturali, il ricordo dei vecchi Ducati preunitari ed altri aspetti culturali potrebbero alimentare un movimento autonomista locale.
Trentino
La provincia autonoma di Trento è dominata dalla figura del Presidente Dellai proveniente dalla esperienza della Democrazia Cristiana. Il Trentino è animato da una concezione profondamente autonomista che nasce da una cultura legata alle piccole comunità di valle, all’ispirazione cristiana e sociale, dalla lunga appartenenza al mondo asburgico, a dalla tradizione di convivenza con i tedeschi del Sudtirolo. Alle ultime elezioni provinciali del 2008 il PdL ha ottenuto il 12,27% dei voti, contro una Lega che raggiunge il 14,07%.
Alle Provinciali del 2008 si presentano con il centrosinistra guidato da Dellai l’Unione per il Trentino (17,90%), il Partito autonomista trentino Tirolese-Patt (8,52%), l’Unione Autonomista Ladina – UAL (1,17%) , Leali al Trentino (2,35%), mentre con il centro destra si presentano Autonomia-Valli Unite (2,13%), Fassa (0,61%), Autonomisti Popolari (0,29%). Gli Autonomisti in totale raccolgono il consenso del 32,97 % .
Alle Europee del 2009 gli autonomisti si disperdono sulle liste nazionali (e infatti il PdL passa dal 12,27% delle provinciali al 26,29% , mentre la Lega rimane stabile. Gli autonomisti si riducono alla lista Autonomia (1,27%) e a quella della SVP (6,10%)
Il Trentino è caratterizzato dalla presenza di due forze tradizionali, costituite dal Partito autonomista trentino-tirolese-PATT (www.patt.tn.it) e dall’Unione Autonomista Ladina (www.movimentual.it). Ad ogni elezione provinciale emergono altre liste che si ricollegano all’autonomismo e che talvolta ottengono discreti successi. Con queste forze andrebbero allacciati rapporti di collaborazione e possibilmente di tipo federalistico.
Sudtirolo
La provincia autonoma di Bolzano è caratterizzata dalla dimensione etnica che condiziona fortemente i comportamenti politici e le strutture istituzionali di tale provincia. Il panorama politico è dominato dal partito di raccolta SVP di ispirazione moderata e aderente al Partito Popolare Europeo e dagli altri partiti di espressione tedesca che si pongono alla sua destra e che governano in modo stabile e permanente la Provincia.. Nelle ultime elezioni europee il PdL ha ottenuto il 12,8% e la Lega appena il 4,8%, contro la maggioranza assoluta che la SVP ottiene costantemente.
Alle provinciali del 2008 la SVP (48,1%) ha dovuto subire la concorrenza a destra dei Freiheitliche (14,3%), della Union für Südtirol (2,3%), della Südtirol-Freiheit (4,9%), cui si aggiunge la lista ladina Ladins Dolomites (1,1%). Nel complesso le formazioni etnico-autonomiste raggiungono il 71,9%.
Alle europee del 2009 si è verificata una notevole dispersione dell’elettorato autonomista, che ha evidentemente seguito il principio del voto utile e si è orientato verso temi di carattere più generale. L’unica lista autonomista che si è presentata oltre alla SVP (52,1%) è stata Autonomia, che ha raccolto appena lo 0,3%.
Le principali formazioni autonomiste sono costituite dalla Südtirolervolkspartei (www.svpartei.org), dai Die Freiheitlichen (www.die-freiheitlichen.com), dalla Südtitoler Freiheit (www.suedtiroler-freiheit.com), dalla Union fur Südtirol.(www.unionfs.com), e dai Ladins Dolomites (www.ladins.biz).
Si noti che la SVP è sostenuta da importanti organizzazioni territoriali, quali quella degli Schützen, e del Sindacato Autonomo dei Lavoratori Sudtirolesi, l’Autonomer Südtiroler Gewerkschaftsbund (www.asgb.org).
Gli spazi autonomi di un movimento autonomista che non si muova lungo linee etniche appaiono assai ristretti. Appare comunque importante attivare legami di collaborazione con i partiti etnici della minoranza tedesca e ladina al fine di garantire l’autonomia speciale della provincia e la garanzia dei diritti linguistici di tali popolazioni. La riduzione delle posizioni intransigenti nell’ambito dei due gruppi linguistici potrebbe offrire la possibilità di entrare nella minoranza linguistica italiana per la costruzione di una formazione autonomista che ponga in primo piano la difesa degli interessi economici e territoriali della Provincia, cercando di recidere i legami di dipendenza della minoranza italiana dalle centrali politiche di Milano.
Friuli Venezia Giulia
Questa regione a statuto speciale ha ottenuto il suo status di autonomia differenziata nel 1946 in forza della volontà del Friuli di staccarsi dal Veneto e della necessità di prefigurare una situazione speciale per Trieste che allora era retta dal Governo Militare Alleato sotto forma di Territorio Libero di Trieste, ma che si prevedeva dovesse nel breve o medio periodo ritornare all’Italia. L’autonomia speciale venne motivata per la sua posizione confinaria e per la presenza di importanti minoranze linguistiche, che allora venivano individuate fondamentalmente in quella slovena. Mentre le contingenze storiche sono state superate, le esigenze posta alla base di tale scelta mantengono pienamente la loro validità, ed anzi sono rafforzate dal riconoscimento della lingua friulana come tale, e non come una variante dell’italiano, non solo sul piano scientifico, ma anche sotto il profilo giuridico con l’entrata in vigore della Legge 482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche dell’Italia.
La cultura locale legata alle piccole comunità in cui è distribuita la sua popolazione, il ruolo della presenza cattolica e l’importanza della piccola proprietà contadina prima e della piccola e media impresa successivamente, ha fatto sì che la Democrazia Cristiana raccogliesse fin dal dopoguerra ampi consensi, che poi si riversarono su Forza Italia e sulla Lega. La Regione è stata ininterrottamente governata prima dalla Democrazia Cristiana e poi da coalizioni di centro destra, con alcune parentesi dopo il crollo della Prima repubblica, quando si ebbero brevi esperienze leghiste e di sinistra, e negli anni centrali del 2000, quando la Regione fu conquistata da una coalizione di sinistra guidata dall’imprenditore triestino Riccardo Illy. Attualmente è di nuovo governata da una coalizione di centro destra.
Alle ultime elezioni regionali del 2008 il PdL raccolse il 33,02% dei voti, seguito dalla Lega con il 12,93% e dall’Udc con il 6,15%. Alle Europee del 2009 si registrarono alcuni assestamenti, per cui il PdL passò al 31,85%, la Lega crebbe al livello del 17,46% e l’Udc ottenne il 6,33%. Si ebbe in sostanza un sensibile incremento del centro destra che da solo veniva a sfiorare il 50,0%.
L’andamento del voto autonomista si può descrivere come segue.
Alle regionali del 2008 gli autonomisti non riuscirono a presentare proprie liste. L’unica presenza fu quella dell’Unione Slovena, che raccoglie gli sloveni non di sinistra, e che ottennero una percentuale dell’1,24%.
Alle europee del 2009 la lista Autonomia ottenne l’1,21% dei voti, cui si aggiungeva lo 0,67% conseguito dalla SVP, risultato sorprendente se si considera che si conta una certa presenza di agricoltori di origine sudtirolese in Friuli, ma non tale da poter giustificare tale risultato.
Alle provinciali del 2008 e del 2009 gli autonomisti presentarono una lista a Udine, ottenendo l’1,91% di voti e a Pordenone con l’1,12%.
Tali risultati non esprimono il potenziale autonomista presente in Friuli, dove esiste una diffusa sensibilità versi i temi dell’autonomia, come dimostrano i sondaggi d’opinione e la considerevole adesione dei genitori all’insegnamento del friulano nelle scuole. La debolezza organizzativa degli autonomisti e la loro assenza dai mezzi di comunicazione di massa, oltre che le pratiche clientelari della Regione che con una politica di sovvenzioni molto diffusa impedisce che tali pulsioni autonomistiche possano prendere corpo.
L’autonomismo friulano è organizzato essenzialmente in tre organismi. Vi è il Comitato per l’autonomia e il rilancio del Friuli, che ha un carattere trasversale, comprendendo esponenti prevalentemente di centro e di sinistra che tuttavia sono ben convinti a non lasciarsi contare sul piano elettorale, la Associazione per l’Autonomia del Friuli “Identità e Innovazione” (www.identitaeinnovazione.it) che sviluppa un’azione di animazione culturale sui temi autonomisti e si muove per creare una rete autonomista sul territorio, e il Movimento Autonomista Friulano (movimentoautonomistafriulano.org/) che rappresenta il braccio politico dell’autonomismo e si presenta alle elezioni. Vi sono altri gruppi che rappresentano poco più che semplici sigle.
Il problema fondamentale della Regione è il suo carattere dualistico indicato dal suo stesso nome, divisa com’è tra la comunità friulana compresa nelle tre Province di Udine, Gorizia e Pordenone e la città di Trieste. Da un lato una comunità e un territorio caratterizzati da un forte senso di identità legata ad una lingua che è sentita come tale e che non è un dialetto italiano, ove si sono sviluppati impulsi significativi alla crescita economica fondata sulle attività industriali, articolata in un gran numero di piccoli centri. Dall’altro lato una grande città portuale di parlata veneta e di cultura mitteleuropea, legata ai traffici e ai servizi, colpita da gravi processi di senilizzazione demografica e di perdita di dinamismo economico. Tale dualismo va spezzato, con la separazione delle due parti, con conservazione o con la rinuncia all’unico contenitore istituzionale costituito dalla Regione, secondo il modello del Trentino Alto Adige o secondo quello dell’Abbruzzo e Molise.
I temi fondamentali su cui muoversi potrebbero essere i seguenti:
– rivalutazione coraggiosa della lingua friulana sulla base della piena applicazione degli strumenti
finanziari e gestionali previsti dalla Legge 482;
– trasferimento delle competenze dell’istruzione primaria e secondaria inferiore e superiore alle
Province, in modo da poter dare piena applicazione alle misure di introduzione della lingua
friulana, analogamente a quanto avviene con le scuole della Val d’Aosta e del Sudtirolo, e di
sviluppare programmi di insegnamento coerenti con le caratteristiche culturali ed alle esigenze del
sistema economico del luogo;
– tutela dell’Università del Friuli fortemente sottofinanziata nell’ambito del sistema universitario
Italiano;
– misure di protezione del sistema locale delle piccole e medie imprese nei confronti delle spinte
concorrenziali provenienti dalla Carinzia e dalla Slovenia fondate su regimi più favorevoli della
tassazione del reddito d’impresa;
– interventi significativi diretti ad innescare processi di innovazione di processo ma soprattutto di
prodotto nel sistema locale delle imprese;
– attuazione di interventi di sostegno alle economie della montagna, fortemente colpita da processi
di invecchiamento, spopolamento, degrado economico;
– riforma istituzionale che conduca alla costituzione della Comunità Friulana, sotto forma di regione
o di Unione di Province, e della Città di Trieste, sotto forma di entità istituzionale autonoma o di
Città metropolitana con alti gradi di autonomia.
Per quanto riguarda la situazione triestina, vanno perseguiti i seguenti obiettivi:
la costituzione della Città Metroplitana,
il recupero del Porto vecchio
la chiusura della Ferriera a la sua sostituzione con attività manifatturiere pulite
il lancio delle potenzialità turistiche della città.
L’autonomismo triestino si alimenta di consolidate tradizioni legate alla sua appartenenza secolare all’Impero austriaco e alla successiva istituzione del Territorio Libero di Trieste amministrato dal Governo Militare Alleato. La compresenza di antiche tradizioni friulane e slovene, legate all’esperienza di sbocco al mare del grande stato danubiano cui si sovrappone una cultura marinara ed emporiale legata all’uso del veneto adriatico ne fa una realtà culturale dalle caratteristiche particolari e in qualche modo uniche.
Esistono ambienti e circoli che si ispirano a qualche forma di autonomismo triestino, che in qualche caso è sfociato nell’indipendentismo. Vi è tutto un mondo che rifiuta le tendenze nazionalistiche sia italiane che slovene e apprezza le tradizioni storiche della città, per secoli porto dell’Impero. Di tali tendenze si fa interprete il Fronte Giuliano (www.frontegiuliano.it) consolidata espressione politica dell’indipendentismo triestino che ora tuttavia appare essersi trasformato in un satellite della Lega.
Aspirazioni analoghe vengono nutrite da alcuni mondi sociali culturali che nel passato hanno alimentato gli esperimenti politici della “Lista per Trieste” di Manlio Cecovini e di “Amare Trieste” di Primo Rovis..
Nuove prospettive possono aprirsi con la fuoriuscita dal PdL di una ala proveniente da An ed entrata in forte rotta di collisione con il sottosegretario finiano Roberto Menia e con il sindaco forzista di Trieste Roberto Di Piazza, e che ha condotto alla defenestrazione dell’Assessore regionale Alessia Rosolen ed alla fuoriuscita di un gruppo di consiglieri comunali di Trieste, che hanno costituito il gruppo “Un’altra Trieste” (www.unaltratrieste.it). Nuove prospettive possono aprirsi nella realtà triestina, soprattutto dopo la presentazione pubblica del movimento e di una candidatura a Sindaco di Trieste, che ha visto la presenza di oltre un migliaio di persone.
Va ancora ricordata l’organizzazione degli Sloveni di ispirazione cattolica e liberale, l’Unione Slovena-Slovenska Skupnost, che partecipa regolarmente alle elezioni regionali e locali (www.slovenskaskupnost.org).
Contenuti programmatici
La formazione di un movimento autonomista per ciascuna regione, per aggregazione in varia forma dei gruppi autonomisti esistenti o per istituzione ex novo di un nuovo movimento, richiede la definizione di alcuni punti programmatici che garantiscano un minimo di omogeneità, di differenziazione rispetto alle esistenti forze politiche di estensione nazionale e di specificazione, oltre a quelli che vanno individuati per ciascuna regione sulla base delle singole specificità.
I punti fondamentali riteniamo possano essere i seguenti:
economia sociale di mercato, nel senso del pieno riconoscimento dei processi competitivi tra le imprese in un quadro di vincoli diretti a garantire la tutela degli operatori più deboli e meccanismi di redistribuzione dei redditi; il che significa anche rivolgere la massima attenzione ai problemi della piccola e media impresa che rappresenta la base dei sistemi economici delle regioni del Nord;
– federalismo solidale, nel senso di garantire meccanismi di perequazione rispetto alle regioni
più deboli, che non si traducano in forme di assistenzialismo bensì di innesco di processi di
sviluppo attraverso forme di partenariato tra regioni forti e regioni deboli;
perseguimento dell’autosufficienza a livello di regione per quanto riguarda le fondamentali
risorse naturali e sociali, con particolare riferimento alle risorse energetiche, idriche e finanziarie, che devono essere utilizzate innanzitutto per soddisfare i fabbisogni regionali e solo in subordine i fabbisogni delle altre regioni e dell’intero paese;
priorità nei processi di reclutamento del personale del sistema scolastico e della pubblica
amministrazione e nella prestazione di servizi pubblici ai soggetti residenti in regione;
controllo dei flussi di immigrazione da paesi extracomunitari che devono essere
proporzionati alla domanda di lavoro espressa dai locali sistemi delle imprese;
rafforzamento dei livelli di autonomia regionale, mediante trasferimenti di competenze
statali che conservino allo Stato solo quelle necessariamente gestibili a livello centrale (moneta, sicurezza, difesa, esteri, infrastrutture interregionali);
devoluzione regionale, nel senso di trasferimento di tutte le competenze gestionali dalle
Regioni alle Province e ai Comuni, riservando alle Regioni solo funzioni di alta legislazione,
di rappresentanza verso l’esterno, di alta programmazione, di coordinamento e di riequilibrio;
amministrazione partecipata, nel senso di garantire l’efficace espletamento delle funzioni
amministrative ai livelli di governo in cui sia garantita la partecipazione dei cittadini alle
grandi scelte, alla formazione dei programmi, al controllo della loro attuazione e gestione;
questo significa il rifiuto delle impostazioni falsamente efficientiste che in nome della
riduzione, solo apparente, dei costi, conducono alle ricorrenti proposte di abolizione
delle Province e dei piccoli comuni;
riforma delle amministrazioni locali, con rafforzamento delle Province per le funzioni di
area vasta e accorpamento delle funzioni amministrative, non di sportello, dei comuni, al
fine di razionalizzare l’espletamento di funzioni gestionali puramente strumentali
(ragioneria, tributi, gestione personale, urbanistica) nella forma di costituzione di unioni di
comuni;
conservazione e valorizzazione del capitale sociale, inteso come insieme di valori, comportamenti, relazioni maturate nell’ambito della comunità e che ne costituiscono un valore fondamentale;
– qualificazione del capitale umano, da perseguirsi attraverso il trasferimento alle regioni o
alle province del sistema di istruzione primaria e secondaria e partecipazione della Regione
al finanziamento delle istituzioni universitarie, che devono rimanere istituzioni pubbliche
autonome e autogovernate, fattori fondamentali dello sviluppo economico e sociale locale;
tutela del capitale naturale, che deve esser gestito in modo da garantirne la conservazione e va preservato da grandi interventi infrastrutturali che non si dimostrino assolutamente necessari allo sviluppo economico;
valorizzazione del patrimonio culturale locale, dalla storia, alle tradizioni, al patrimonio architettonico, ai beni culturali della Regione;
– tutela rigorosa dei diritti delle minoranze linguistiche storiche esistenti nella Regione, con
l’introduzione della lingua locale nelle istituzioni scolastiche, nella pubblica
amministrazione, nei mezzi di comunicazione di massa nelle aree di insediamento.
Qualora tradotti in concrete azioni opportunamente comunicate questi punti sono in grado di differenziare il movimento autonomista dalle impostazioni aziendaliste ed efficientiste e quindi omologanti del berlusconismo e dal centralismo milanese della Lega.
Iniziative da intraprendere
Una efficace azione diretta a valorizzare tali potenzialità e a sviluppare il movimento delle autonomie nelle regioni settentrionali deve fondarsi sull’attivazione di una rete di rapporti con le realtà associative e rappresentative che maggiore sensibilità dimostrano nei confronti dei temi identitari e dell’acquisizione di livelli elevati nelle singole economie regionali.
Riteniamo che le difficoltà in cui è destinata a trovarsi la Lega e l’emergere di pulsioni identitarie e territoriali nelle varie regioni dell’Italia settentrionale possano portare all’aggregazione di tendenze autonomiste, il cui crescere richiede iniziative e interventi impegnativi, che si muovano lungo le seguenti direzioni:
– l’individuazione per ciascuna regione di alcuni temi forti e di specifici problemi economici,
istituzionali e infrastrutturali che siano tali da costruire un profilo forte per i gruppi
autonomisti delle singole regioni;
– il coinvolgimento e la mobilitazione di ceti dirigenti che hanno preferito finora non optare
per i tre grandi filoni in cui si divide l’opinione pubblica locale (centro sinistra, PdL, Lega):
facciamo riferimento in particolare al mondo delle liste civiche e degli amministratori locali
che hanno preferito rimanere su posizioni autonome;
– l’aggregazione dei gruppi di fuoriusciti dalla Lega e degli scontenti del PdL che in assenza
di una azione di recupero rischiano di infilare le vie senza uscita del radicalismo fine a sé
stesso, dell’indipendentismo o della dispersione;
– il coinvolgimento di strati sociali e di aggregazioni particolarmente sensibili ai temi
identitari, quali le associazioni del volontariato, gli organismi culturali, i gruppi operanti
nel settore delle tradizioni locali, le organizzazioni di valorizzazione turistica delle risorse
culturali e naturali locali
– l’allentamento della attuale identificazione del MPA con la Sicilia, che rende difficile la
penetrazione delle parole d’ordine autonomiste nell’Italia del Nord: come l’identificazione
del disegno leghista con gli interessi dei centri di potere lombardi frena l’espansione di tale
movimento in altre parti del paese, così è indispensabile accentuare la natura dell’MPA
come quello di un grande movimento nazionale, inteso come federazione di movimenti
autonomisti regionali, largamente autonomi nell’ambito delle singole regioni.
In particolare si ritiene necessario:
riprendere i contatti con coloro che hanno partecipato alla costituzione delle liste nelle recenti elezioni locali ed europee, recuperandoli e rimotivandoli;
– avviare azioni di aggregazione anche sotto forma federalistica dei gruppi provenienti dalla
Lega o dal mondo autonomista, inducendoli ad uscire da posizioni isolazionistiche;
lanciare iniziative di coinvolgimento degli amministratori comunali che non hanno voluto aderire ai partiti politici nazionali (PdL, LN, PD);
– coinvolgere il mondo delle associazioni di valorizzazione e tutela delle identità locali, quali
le associazioni che gestiscono gruppi corali, folcloristici e si occupano di culture locali o di
valorizzazione dei luoghi come le Pro-Loco.
Per un lancio dell’MPA nell’Italia del Nord questa sembra la via da intraprendere. Sono però indispensabili una riorganizzazione del Movimento, la garanzia di una sua presenza con una propria sede in ciascuna regione, una presenza sui mezzi di comunicazione di massa che dia una visibilità al Movimento che non sia quella delle vicende siciliane, negli ultimi tempi non sempre positive per l’opinione pubblica del Nord, il lancio costante a livello nazionale di messaggi validi per ogni parte del paese e non solo per il Sud, l’alimentazione di notizie e di messaggi quotidiani attraverso il sito Web, la pubblicazione di un settimanale o di un mensile da sostenersi con le risorse per la stampa di partito previste dalla legge, e che consente anche a forze politiche di consistenza risibile la pubblicazione di organi di stampa addirittura quotidiani.
Preliminare ad una politica di rilancio sarebbe l’organizzazione di un sondaggio d’opinione per ciascuna delle Regioni del Settentrione ove dovrebbero essere individuati i segmenti di opinione pubblica più sensibile al messaggio autonomista e l’identificazione dei temi di maggiore interesse locale.
Udine, 1 ottobre 2010
Documento per una politica autonomista nell’Italia del Nord
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