Contro la falsa riforma dell’università

in Comunicati

Anche gli studenti dell’Università di Udine si sono lanciati in una vistosa iniziativa di contestazione della riforma dell’Università che è in discussione in Parlamento. Alla loro iniziativa hanno fatto seguito le prese di posizione del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione, altrettanto negative, dopo un periodo di incertezza causato anche dai buoni rapporti che il Rettore Cristiana Compagno aveva saputo intrattenere con il Ministro Gelmini. Il Disegno di legge governativo deve essere profondamente modificato o addirittura sostituito perché ispirato da linee che non tengono conto della reale situazione del sistema universitario italiano. Il problema di fondo dell’università italiana è costituita dalla grave situazione di sottofinanziamento in cui i governi di ogni colore l’hanno tenuta in questi decenni: il rapporto tra finanziamento per l’università e PIL è tra i più bassi d’Europa. Il secondo problema è il perdurare di vincoli riguardo le retribuzioni e le carriere che non consentono di attivare processi veri di competizione tra i docenti da una parte e le università dall’altra: le retribuzioni vengono decise in sede ministeriale con sviluppi di carriera molto rigidi, mentre i costi sono scaricati sulle Università. Il terzo problema è quello di assenza di reali controlli sui livelli di spesa degli Atenei: si pongono vincoli, che poi non vengono fatti rispettare, consentendo a tante università di sfondare sul vincolo del pareggio di bilancio, o del rapporto tra spesa per il personale e finanziamenti ministeriali. Il quarto problema è quello dell’invecchiamento del corpo docente, che gli insufficienti finanziamenti non consentono di ringiovanire con l’immissione, nei ruoli dei ricercatori e dei professori associati, di giovani studiosi.. Il Disegno di Legge Gelmini non affronta alcuno di questi problemi. Si dedica a fare dei passi indietro sull’autonomia dell’Università, concessa con una fondamentale legge del 1989; vengono infatti introdotti vincoli sui mandati dei rettori, sulle dimensioni delle facoltà e dei dipartimenti, sulla composizione dei Senati accademici e dei Consigli d’Amministrazione, tutte questioni che dovrebbero essere demandate alle libere valutazioni delle singole Università riconfermando la loro autonomia statutaria e regolamentare, salvo introdurre penalizzazioni nel caso di risultati negativi. Introduce innovazioni sull’eterno problema delle procedure concorsuali, sul diritto allo studio e su altri temi per i quali non offre soluzioni convincenti o risolutive. Prefigura iniziative di restrizioni sulle sedi decentrate, che sono diventate indispensabili nel momento in cui lo Stato ha pressoché azzerato le risorse per la realizzazione di case dello studente nelle sedi centrali. Favorisce iniziative inutili o pericolose, quali i corsi interateneo, la federazione di Atenei, la loro fusione. E comunque è ispirata ad una visione che cerca di importare in Italia modelli affermatisi negli Stati Uniti, peraltro mal interpretati. Alcuni punti sono di particolare pericolosità per il sistema universitario della nostra regione: l’avversione verso le sedi decentrate, la critica alle piccole università, l’integrazione delle iniziative didattiche, il favore verso la fusione di più atenei, sono altrettanti strumenti che possono essere impiegati dai centri di potere politici, burocratici e accademici triestini per cercare di annullare la grande conquista del popolo friulano che nel 1977 ottenne la propria autonoma università, e indebolire il processo della costruzione di una vera Università del Friuli che con la rete territoriale creata negli anni Novanta estendeva una qualificata presenza nei capoluoghi friulani (Gorizia e Pordenone). Bene fanno gli studenti friulani a protestare e a dare il loro contributo affinché una legge mal pensata e peggio costruita venga definitivamente affossata.

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