L’azienda sanitaria unica

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La classe politica regionale, anche quando si riempie la bocca di federalismo, è fortemente orientata alle peggiori forme di centralismo. Non comprende che la regione, per quanto di non grandi dimensioni, comprende al suo interno forti differenze, sia culturali, sia sociali, sia territoriali.

Innanzitutto la fondamentale differenza tra il Friuli e Trieste, che rappresentano due mondi totalmente diversi. Ma anche all’interno del Friuli le differenze sono notevoli, non tanto tra province, quanto tra fasce territoriali. La composizione della popolazione, la struttura del territorio, le fonti e i livelli di reddito, il grado di invecchiamento sono assai differenziati, non tanto a livello di province, quanto tra fasce territoriali: vi è grande differenza tra la bassa friulana, udinese e pordenonese, e la fascia montana, e altrettante differenze si contano tra queste fasce e quella centrale, più urbanizzata e industrializzata.

Malgrado ciò, frequenti sono le iniziative e le prese di posizione di assessori e di consiglieri regionali che sembrano trascurare queste situazioni e si lanciano in irrealistiche proposte, tutte comunque tendenti a rafforzare la presa delle burocrazie regionali sul territorio. La più recente proposta è quella del consigliere regionale del PdL di provenienza socialista, Franco Dal Mas, pordenonese, che ha depositato una proposta di legge per la riorganizzazione del servizio sanitario regionale e la costituzione di una sola Azienda sanitaria regionale. In questo modo l’Azienda del Friuli occidentale, le tre Aziende della provincia di Udine, quella Goriziana e quella Triestina verrebbero fuse in un’unica realtà, realizzando un’operazione di centralizzazione di cui non si riesce a vedere l’utilità, salvo quella di rafforzare il controllo della direzione regionale della sanità. La domanda di servizi sanitari è assai articolata sul territorio, e delle specifiche esigenze si dovrà comunque tenere conto. L’azienda sanitaria unica dovrà comunque articolarsi sul territorio, per cui se la giustificazione è quella di conseguire delle economie, queste si ridurranno agli stipendi dei Direttori generali. A fronte di questo vantaggio, non potranno che contrapporsi gli svantaggi della maggiore burocratizzazione, della minore reattività, della meno attenta azione per una risposta adeguata ai bisogni sanitari delle popolazioni locali.

Fortunatamente vi è stata subito una reazione negativa da parte del capogruppo dell’Udc Sasco, triestino, che dichiara: “Abbiamo approvato sia il piano socio sanitario 2010-2013 sia le linee di gestione per il 2011 e di questa ipotesi in essi non vi è alcuna traccia; riaprire un discorso del genere, dopo aver anche nominato da poco i relativi direttori generali, non appare una cosa realizzabile perché incoerente con il percorso intrapreso”. Ci auguriamo che possa prevalere il buon senso e che il Consiglio regionale si schieri compattamente contro questa proposta che nasce dal più becero centralismo.

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