Un vento potente di autoritarismo soffia sul nostro paese, sia a livello nazionale che regionale. Ma invece di portare almeno alcuni dei benefici di un regime autoritario, quali la rapidità delle decisioni e la apparente efficienza del suo funzionamento, l’allungamento della catena del comando nelle strutture burocratiche del paese e la mutua sovrapposizione di funzioni nelle sopravvissute strutture democratiche aggiungono inefficienza ad inefficienza, inerzia ad inerzia. A livello nazionale gli accordi che vanno per essere presi tra Renzi e Berlusconi in tema di legge elettorale e di modifica della Costituzione introducono nel sistema elementi di autoritarismo, ispirati a vecchi modelli di centralismo democratico cari ad antiche ispirazioni della sinistra comunista e a nuovi modelli di partito leaderistico e sostanzialmente aziendale emerso dalla esperienza berlusconiana. Tali ispirazioni confermano l’accantonamento dell’istituto della preferenza e la conferma del modello di un parlamento dei nominati dai vertici più o meno democratici dei partiti politici. Ancora una volta i cittadini, che si esprimono con le preferenze per la elezione dei consiglieri comunali, dei consiglieri regionali e dei parlamentari europei saranno espropriati del diritto di scegliere i parlamentari nazionali, che saranno scelti dai capi dei partiti. Altrettanto gravi le scelte che si delineano per la modifica della Costituzione: abolizione del Senato – scelta sacrosanta – e sua sostituzione con una seconda Camera costituita da un’accozzaglia di sindaci, di rappresentanti delle regioni e della società civile: in luogo di riferirsi alle più collaudate esperienze federaliste, dove ad una camera dove siedono i rappresentanti delle opinioni si affianca una camera degli Stati o delle Regioni, dove ogni entità substatale è rappresentata da un numero uguale di eletti – di primo o di secondo grado – in numero uguale qualsiasi sia la dimensione della entità rappresentata, si vuole costituire una assemblea di sindaci e di consiglieri regionali e di rappresentanti della società civile senza alcun a retribuzione e dalle vaghe funzioni consultive. E non basta: certamente si prevederà l’abolizione delle Province e ulteriori forme di accentramento statale a scapito delle regioni.
Le stesse tendenze autoritarie e accentratrici si vanno delineando nella nostra Regione. La nostra maggioranza di sinistra – che è minoranza sul territorio ma che il gioco della legge elettorale regionale ha consentito di installarsi al governo regionale – va rapidamente avviandosi verso un modello di regione fortemente accentrata, con la trasformazione delle province in enti di secondo grado in un primo momento per poi giungere allo loro soppressione e con la fusione forzata dei piccoli comuni in modo da giungere alla formazione di grandi comuni in cui si perde l’esercizio del controllo democratico delle popolazioni residenti nei centri collocati sul territorio. Assistiamo ad una deriva autoritaria che è diretta ad eliminare ogni struttura rappresentativa intermedia rappresentativa dell’intero Friuli, per concentrare tutti i poteri nelle burocrazie regionali che sono le vere detentrici del potere in regione. E la stessa spinta all’accentramento e al potenziamento del peso delle burocrazie comunali deriverà dalla fusione dei comuni. Le soppressione delle autonomie comunali e la riduzione del controllo democratico delle comunità del territorio non può che condurre ad un accentuato peso delle burocrazie, ad un incremento delle inefficienze dovute all’allungamento delle catene del comando, alla crescita dei livelli di irresponsabilità, alla contrazione delle sfere del controllo democratico. Il fascismo nel 1927 ha lanciato una grande operazione di fusioni dei comuni, in parte fallita di fronte alla opposizione di radicate comunità locali. Riteniamo che anche questa volta il senso di autonomia delle comunità locali finirà per sconfiggere il nuovo autoritarismo che si tenta di imporre al Friuli.
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