La grave crisi economica che ha colpito il Friuli oltre che l’intero paese deve essere l’occasione per riflettere sugli ostacoli che devono essere eretti contro la diffusione degli impulsi negativi che dal sistema economico nazionale si distribuiscono nel corpo dell’economia regionale . Certamente le economie regionali e nazionali sono sempre più interdipendenti il che significa che una ragione non può più atteggiarsi come una isola indipendente all’interno del sistema economico nazionale e internazionale. Va tuttavia osservato che dato il ruolo rilevante che le economie pubbliche vengono a ricoprire in ogni sistema , i comportamenti di un sistema economico locale possono dipendere fortemente dalle azioni che possono essere poste in essere dalle autorità regionali e locali , le quali possono essere tanto più incisive ed efficaci quanto più forti sono le leve sui cui le stesse possono agire e quanto più rilevanti sono le risorse che possono essere mobilitate a favore di politiche di impulso e sostegno delle attività produttive locali . Per far fronte alla crisi è indispensabile in primo luogo utilizzare appieno i margini di autonomia finanziaria che ci sono garantiti dallo Statuto e dalla Costituzione. E’ indispensabile reagire con decisione e fermezza di fronte ad ogni tentativo di svuotare la nostra autonomia speciale, che garantisce quote prestabilite del gettito tributario per il bilancio regionale, e che il Governo nazionale cerca di ridurre nel nome delle esigenze del risanamento dei conti pubblici. E’ necessario peraltro sfruttare appieno i margini di autonomia finora non pienamente esplorati in termini di efficienza della pubblica amministrazione, di snellimento delle procedure, di alleggerimento delle strutture Ma è necessario andare all’attacco e rivendicare l’allargamento dei margini di autonomia facendo leva sulla nostra posizione confinaria che espone le imprese friulane alla concorrenza dei nostri vicini austriaci e sloveni che in forza di un regime fiscale assai più favorevole di un sistema amministrativo agile ed efficiente esercitano una azione concorrenziali disastrosa per le nostre attività economiche. Non solo la fiscalità di vantaggio deve essere ottenuta, ma la piena autonomia finanziaria che consenta di definire tributi e aliquote, che devono essere adattata alle mutevoli esigenze imposte dalla concorrenza dei paesi confinanti. L’autonomia si lega alle misure di contrasto alla crisi strutturale del nostro sistema economico. Gli esempi che possono ricavarsi d alle regioni italiane ed europee che sono riuscite a conseguire un elevato livello di autonomia nel settore istituzionale ed economico indicano la strada da imboccare
Un vento potente di autoritarismo soffia sul nostro paese, sia a livello nazionale che regionale. Ma invece di portare almeno alcuni dei benefici di un regime autoritario, quali la rapidità delle decisioni e la apparente efficienza del suo funzionamento, l’allungamento della catena del comando nelle strutture burocratiche del paese e la mutua sovrapposizione di funzioni nelle sopravvissute strutture democratiche aggiungono inefficienza ad inefficienza, inerzia ad inerzia. A livello nazionale gli accordi che vanno per essere presi tra Renzi e Berlusconi in tema di legge elettorale e di modifica della Costituzione introducono nel sistema elementi di autoritarismo, ispirati a vecchi modelli di centralismo democratico cari ad antiche ispirazioni della sinistra comunista e a nuovi modelli di partito leaderistico e sostanzialmente aziendale emerso dalla esperienza berlusconiana. Tali ispirazioni confermano l’accantonamento dell’istituto della preferenza e la conferma del modello di un parlamento dei nominati dai vertici più o meno democratici dei partiti politici. Ancora una volta i cittadini, che si esprimono con le preferenze per la elezione dei consiglieri comunali, dei consiglieri regionali e dei parlamentari europei saranno espropriati del diritto di scegliere i parlamentari nazionali, che saranno scelti dai capi dei partiti. Altrettanto gravi le scelte che si delineano per la modifica della Costituzione: abolizione del Senato – scelta sacrosanta – e sua sostituzione con una seconda Camera costituita da un’accozzaglia di sindaci, di rappresentanti delle regioni e della società civile: in luogo di riferirsi alle più collaudate esperienze federaliste, dove ad una camera dove siedono i rappresentanti delle opinioni si affianca una camera degli Stati o delle Regioni, dove ogni entità substatale è rappresentata da un numero uguale di eletti – di primo o di secondo grado – in numero uguale qualsiasi sia la dimensione della entità rappresentata, si vuole costituire una assemblea di sindaci e di consiglieri regionali e di rappresentanti della società civile senza alcun a retribuzione e dalle vaghe funzioni consultive. E non basta: certamente si prevederà l’abolizione delle Province e ulteriori forme di accentramento statale a scapito delle regioni.
Le stesse tendenze autoritarie e accentratrici si vanno delineando nella nostra Regione. La nostra maggioranza di sinistra – che è minoranza sul territorio ma che il gioco della legge elettorale regionale ha consentito di installarsi al governo regionale – va rapidamente avviandosi verso un modello di regione fortemente accentrata, con la trasformazione delle province in enti di secondo grado in un primo momento per poi giungere allo loro soppressione e con la fusione forzata dei piccoli comuni in modo da giungere alla formazione di grandi comuni in cui si perde l’esercizio del controllo democratico delle popolazioni residenti nei centri collocati sul territorio. Assistiamo ad una deriva autoritaria che è diretta ad eliminare ogni struttura rappresentativa intermedia rappresentativa dell’intero Friuli, per concentrare tutti i poteri nelle burocrazie regionali che sono le vere detentrici del potere in regione. E la stessa spinta all’accentramento e al potenziamento del peso delle burocrazie comunali deriverà dalla fusione dei comuni. Le soppressione delle autonomie comunali e la riduzione del controllo democratico delle comunità del territorio non può che condurre ad un accentuato peso delle burocrazie, ad un incremento delle inefficienze dovute all’allungamento delle catene del comando, alla crescita dei livelli di irresponsabilità, alla contrazione delle sfere del controllo democratico. Il fascismo nel 1927 ha lanciato una grande operazione di fusioni dei comuni, in parte fallita di fronte alla opposizione di radicate comunità locali. Riteniamo che anche questa volta il senso di autonomia delle comunità locali finirà per sconfiggere il nuovo autoritarismo che si tenta di imporre al Friuli.
La Giunta Regionale riteneva che dato l’apparente consenso dell’opinione pubblica nei confronti della abolizione delle province, le due leggi presentate in Consiglio regionale dall’Assessore Panontin, la prima riguardante la modifica dello Statuto regionale dal quale dovrebbero essere eliminati gli enti di area vasta e la seconda riguardante la trasformazione delle province in enti di secondo grado come le comunità montane, avrebbero trovato facile condivisione nell’assemblea legislativa. Scontata era la contrarietà dell’opposizione di centro destra che governa le più grandi province della regione, Udine e Pordenone. Non era da prevedersi la contrarietà di due importanti forze della maggioranza, Sel da una parte e l’Unione slovena dall’altra. Tali forze non vedono di buon grado la diminuzione del numero dei Consiglieri provinciali e la elezione di secondo grado, che rischia di spazzare via le rappresentanze delle due forze politiche. E’ probabile che alla fine il Partito democratico giungerà ad un compromesso, ripristinando i 24 consiglieri provinciali di Pordenone da una parte e di Gorizia e Trieste dall’altra, e, cosa nuova, garantendo una rappresentanza istituzionale e non frutto di accordi interni alle varie forze politiche, per le minoranze slovena etedesca. Restano le difficoltà di una proposta che trasforma i vertici provinciali in rappresentanze dei consiglieri provinciali, riproducendo a livello di provincia gli inconvenienti che avevano minato la rappresenta nza e l’operatività della comunità montane, che da dieci anni si trascinano tra tentativi di riforma e commissariamenti.
La comunità regionale si accinge a rinnovare i propri vertici e a eleggere il Presidente della Regione e il Consiglio regionale. La nuova legislatura dovrà affrontare aspetti fondamentali per il Friuli, che possiamo brevemente delineare. La prima sfida sarà quella di ridefinire i motivi fondanti della nostra autonomia e di rovesciare l’attuale atteggiamento di difesa passiva nei confronti dei continui tentativi che provengono dalle regioni vicine e dai grandi centri di potere milanesi di mettere in discussione le ragioni stesse del regime di specialità che tanti benefici ha portato alla nostra comunità e che ha consentito di alimentare un processo di crescita che ha fatto del Friuli Venezia Giulia una delle regioni più sviluppate dell’Europa: il che significa fondare la autonomia sulle esigenze di crescita della minoranza linguistica friulana ed ampliare l’area dei propri strumenti di sviluppo, mediante un regime di “autonomia integrale” che aggiunga alle attuali competenze quelle delle altre regioni speciali: autonomia fiscale, autonomia scolastica, autonomia culturale.
La seconda direzione sarà quella di una radicale trasformazione del nostro assetto istituzionale, ove dovranno essere introdotti forti elementi di federalismo interno, nel senso di un decisivo trasferimento di poteri, di competenze e di risorse dal capoluogo triestino al territorio friulano, sulla base di una riorganizzazione dell’area triestina in Città metropolitana e dell’area friulana in una federazione di province o in una unica Provincia del Friuli, eventualmente articolata in circondari, e di una riforma degli enti locali che dovranno assumere la totalità delle funzioni amministrative ora mantenute in capo alla Regione. La terza linea sarà quella di individuare strumenti e di definire i contenuti di una politica industriale che rendano da un lato quanto più possibile autonoma la nostra economia, e dall’altro introduca forti elementi di innovazione nel nostro tessuto industriale: appare fondamentale introdurre non solo importanti innovazioni nei processi tecnologici, valorizzando al massimo le risorse umane esistenti o in corsi di formazione nell’Università del Friuli, ma anche e soprattutto elementi di diversificazione produttiva che sviluppi settori avanzati e ad alto valore aggiunto, atti a imporsi sulla competizione internazionale. La quarta linea dovrà essere quella di un forte sviluppo delle strutture di alta formazione e di ricerca scientifica che si raccolgono all’interno o intorno alla Università del Friuli, che deve porsi a livelli elevati di promozione della crescita economica della comunità: i gravi ritardi nel suo sviluppo accumulati a causa del forte sotto finanziamento statale dovranno trovare elementi di compensazione in fortiinvestimenti regionali nel settore. La quinta linea dovrà essere individuata nella definizione di una coraggiosa politica linguistica che e valorizzi a pieno il patrimonio linguistico friulano, sulla base di quanto è stato realizzato in Alto Adige e in Val d’Aosta: l’unica seria giustificazione della specialità regionale, che tanti benefici porta alle Regione, è costituita dalla sua speciale posizione nell’ambito delle minoranze linguistiche italiane: insieme con il sardo è l’unica minoranza linguistica autoctona, e priva di uno Stato sovrano di riferimento. Si tratta di una condizione di specificità che va valorizzata, anche nelle considerazione che prima o poi la comunità regionale ci chiederà conto delle ingenti risorse concesse alla nostra Regione proprio in nome di questa specificità.
La proposta autonomista per il riassetto
istituzionale della Regione F.V.G.
4 Ott, 2012
in Senza categoria
Il Consiglio Direttivo dell’Associazione autonomista “Identità e Innovazione“ si è riunita lunedì 1 ottobre a Lestizza ed ha approvato un documento in cui si tracciano le proposte del movimento autonomista per una generale riorganizzazione delle autonomie locali e dell’assetto istituzionale della Regione, che deve avviarsi lungo le linee scelte a suo tempo dalla Regione Trentino-Alto Adige: una regione leggera, tre province forti federate e una città metropolitana nell’area triestina, la valorizzazione dei piccoli comuni da organizzarsi in unioni dei comuni obbligatorie, una radicale semplificazione amministrativa, il passaggio delle funzioni amministrative dalla Regione ai comuni e alle province, la soppressione o la privatizzazione degli enti e delle società di settore, la separazione del Friuli da Trieste.
Una proposta forte, che va contro le impostazioni centraliste che dominano in regione e nel paese: partecipazione, efficienza, responsabilizzazionem contrazione della spesa pubblica.
Di seguito il documento che viene esposto all’attenzione del mondo politico e dell’opinione pubblica.
La proposta autonomista per il riassetto istituzionale della Regione:
regione leggera, province forti, valorizzazione dei piccoli comuni organizzati in unioni obbligatorie, eliminazione degli enti di settore, semplificazione amministrativa, separazione del Friuli da Trieste
La via che gli autonomisti propongono è il contrario di quanto una classe politica priva di idee e prona ai grandi poteri politici, economici e mediatici di Roma e di Milano va perseguendo. Riportare il potere ai livelli ai quali la gente può esercitare il proprio controllo. E quindi, rivalutare i piccoli comuni, ricostituire gli organismi di quartiere, rafforzare in generale i comuni, attribuire tutte le funzioni di area vasta alle province, togliere ogni responsabilità di amministrazione e di gestione alla Regione, eliminare gli enti di settore. In altri termini la rigorosa applicazione del principio di sussidiarietà, di adeguatezza, di economicità, mediante la ricerca di un serio equilibrio tra la partecipazione dei cittadini ed l’efficienza delle strutture di servizio. La priorità agli enti degli “eletti” rispetto agli enti dei “nominati”.
I veri risparmi di spesa si ottengono per queste vie: riducendo la Regione ad un mero organo di legislazione e di rappresentanza verso l’esterno, semplificando radicalmente la legislazione e l’amministrazione con una grande opera di sburocratizzazione, riorganizzando i comuni, ed eliminando tutti gli enti di settore attualmente controllati da Regione, Provincia e Comune o non controllati da nessuno.
La Regione deve solo legiferare, e il meno possibile, e rappresentare gli interessi del territorio nel suo insieme nei luoghi in cui si prendono le decisioni che possono influenzare l’intera comunità regionale: Roma, Bruxelles, Lubiana e Vienna/Klagenfurt.
La legislazione e l’amministrazione devono subire una radicale opera di semplificazione, attraverso il disboscamento di una pletora di norme e di regole che rallentano le decisioni e richiedono un apparato amministrativo imponente per la loro gestione ed un forte ammodernamento delle strutture e delle procedure, attraverso una generale opera di digitalizzazione.
I comuni devono essere riorganizzati distinguendo tra funzioni di base (anagrafe, manutenzioni), che devono essere gestiti dai comuni anche di piccole dimensioni, e funzioni superiori, da attribuire ai comuni maggiori o a unioni obbligatorie di comuni che raggiungano le dimensioni necessarie a sostenere economicamente e tecnicamente tali funzioni (urbanistica, ambiente, attività produttive, ragioneria, tributi, personale).
Gli enti di settore, gestiti da amministratori che non rispondono direttamente agli utenti ma solo indirettamente agli enti locali e direttamente ai partiti, di cui rappresentano un patrimonio enorme di posti e di indennità, vanno in gran parte soppressi e personale, risorse competenze vanno trasferite agli enti eletti dalla gente, comuni e province. Tale opera di disboscamento va effettuata sulla base dei seguenti criteri:
a) enti regionali: vanno soppressi, con relativo trasferimento di competenze e risorse alle Province, a enti autonomi funzionali (Università, Camere di Commercio), o privatizzati. Si tratta di: FVG Strade, Ersa, Azienda delle Foreste, Turismo FVG, Insiel, Mediocredito, Aziende agricole regionali, Agemont (da mantenersi sotto il controllo delle Province di Udine e di Pordenone), Enti Parco (da mantenersi, trasferendone il controllo alle province e ai comuni), Erdisu (da trasferirsi alle Università), Ater (alle province);
b) enti territoriali, che svolgono le loro funzioni per territori più o meno vasti: vanno soppressi e le loro funzioni vanno trasferite alle province: ambiti ottimali per le risorse idriche, per i rifiuti, per i bacini idrici (a meno che non siano interprovinciali), consorzi di bonifica, e così via;
c) enti puntuali, che svolgono funzioni limitate a specifici punti del territorio e che richiedono specifiche e puntuali competenze tecniche: vanno mantenuti con la partecipazione di comune e provincia ed eventualmente della camera di commercio e di altre autonomie funzionali. E’ il caso dei Consorzi per le zone industriali, dei Distretti industriali, dei Poli tecnologici, degli Enti fiera, dei Consorzi universitari.
E infine la separazione tra il Friuli e Trieste. La struttura amministrativa unitaria in una realtà politica, sociale ed economica bipolare rappresenta un potente amplificatore di spesa. Un intervento serve o viene richiesto ad Udine? Deve essere concesso, per evidenti ragioni di equilibrio, anche a Trieste. E viceversa. Non si tratta di dividere in due la Regione, ma si deve garantire a entrambe le parti della Regione un volume prefissato di risorse, pari al gettito raccolto in ciascun territorio, e a ciascuna la responsabilità di gestire le risorse. L’assetto istituzionale va fortemente semplificato, con una Provincia di Trieste che si fonde con il comune di Trieste e con i comuni carsici, che non vogliano passare con la Provincia di Gorizia in modo da ricomporre l’unità della comunità slovena, in una Città Metropolitana, con le tre Province friulane che si coordinano in una Comunità delle Province, e con un Consiglio regionale che risulta dalla somma dei tre Consigli provinciali e del Consiglio metropolitano.
Si tratta di una riforma dagli effetti dirompenti, diretta a tagliare le unghie ai partiti, ad eliminare le duplicazioni, a conseguire rilevanti economie di spesa. E il tutto secondo una limpida definizione di responsabilità, con un una attenta gestione delle risorse e con una piena possibilità di controllo da parte dei cittadini/utenti, che devono esser posti al centro di ogni riforma e di ogni attività pubblica. Questo significa impostazione autonomista al problema del riassetto istituzionale della Regione.
Per questa via si realizzeranno le condizioni per una efficace partecipazione della gente ai vari livelli di decisione ed un efficace, efficiente ed economico uso delle risorse delle risorse disponibili.
Approvato dal Consiglio Direttivo di Identità e Innovazione nella seduta del 1 ottobre 2012
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