MOVIMENTO AUTONOMISTA FRIULANO
Una politica economica per l’autonomia
Premessa
Il movimento autonomista deve saper esprimere una propria linea di politica economica che sia coerente con i principi fondamentali dell’autonomismo, che possono sintetizzarsi nel rafforzamento e nella valorizzazione dell’identità di un popolo definito all’interno di un territorio e individuato sulla base di caratteri storici, culturali, linguistici, economici relativamente omogenei. Il dato linguistico comune non sempre consente l’identificazione di una comunità distinta da quelle contermini, ma quando è specifico e caratterizzato, rappresenta un potente fattore di differenziazione e un motivo ancora più forte per esigere alti livelli di autonomia.
Autonomia significa dotare una comunità di elevati livelli di autogoverno e ridurre al massimo i gradi di dipendenza economica da altri sistemi, appartenenti allo stesso complesso statuale o quelli contigui. Non vi è autonomia culturale ed economica, se questa non è sorretta da un apparato istituzionale che si giovi dei più larghi margini di scelta dei propri destini e di controllo delle proprie risorse.
L’autonomia presuppone una elevata considerazione delle specificità culturali di una comunità ed una rigorosa applicazione del principio di sussidiarietà
Un movimento autonomista legato ad una regione o risultante dalla federazione di più realtà autonomiste operanti nelle varie regioni deve porsi con forza la questione della definizione di linee di politica economica che siano in grado di esaltare il valore delle comunità di base, il rigoroso uso delle risorse di cui è dotato un territorio, l’attivazione di processi di crescita che garantiscano le prospettive di sviluppo di una comunità, l’arricchimento del capitale umano esistente in un ambito spazialmente determinato, l’abbattimento dei legami di dipendenza rispetto ad altre realtà economiche. Solo per questa via si garantiscono le possibilità di sopravvivenza e di crescita di una comunità.
L’economia reale
La produzione di beni materiali e di servizi per la produzione rappresenta la base di ogni sistema economico giacché é l’attività di trasformazione di materie prime in prodotti intermedi e finali che genera il valore aggiunto attraverso il quale si remunerano i fattori produttivi e si sostengono i redditi delle famiglie. Per quanto siano forti le tendenze alla terziarizzazione, è l’industria manifatturiera, insieme a quella delle costruzioni e alle attività di servizio alla produzione nonché l’industria dell’ospitalità rivolta alla domanda estera che rappresenta la base economica di ogni sistema regionale.
Il sistema industriale italiano appare fortemente differenziato sotto il profilo territoriale. Sottodimensionato nelle regioni del Mezzogiorno, fortemente diffuso nelle aree del nordest e più in generale nella dorsale adriatica, orientato su dimensioni più elevate nelle aree di più antica industrializzazione del centro nord, deve affrontare i problemi della concorrenza internazionale, di una insufficiente capitalizzazione, di un livello modesto di innovazione, di una squilibrata distribuzione territoriale e di una inadeguata presenza di risorse imprenditoriali nelle regioni meridionali, che in uno con i problemi della legalità rappresenta il vero vincolo allo sviluppo di quelle aree. Una rinnovata politica industriale deve orientarsi verso l’iniezione di robuste dosi di innovazione di prodotto e di processo, privilegiando produzioni ad alti contenuti di qualità e di complessità; deve favorire la ripresa di un ciclo di investimenti diretto ad innalzare i livelli di produttività dell’industria e un contenimento dei costi di lavoro per unità di prodotto che non può basarsi sulla contrazione dei livelli remunerativi, bensì sulla riduzione del peso del lavoro in modo da reagire in questo modo ai bassi livelli retributivi dei paesi dell’oriente e del sud del mondo; il ripristino di un quadro di legalità che deve garantire l’efficiente esercizio delle attività produttive in tante regioni italiane colpite tradizionalmente da un basso livello di utilizzazione delle risorse locali; la formazione di capacità imprenditoriali che sono l’unica e vera garanzia dello sviluppo economico. Me è soprattutto sul terreno di una drastica semplificazione delle procedure, delle normative, delle strutture della pubblica amministrazione, in modo da ridurre i costi monetari e non monetari da amministrazione, che si deve operare per creare le condizioni per una ripresa dello sviluppo industriale che sia equilibrato sul piano territoriale. La piena valorizzazione delle risorse locali, delle specificità che una lunga tradizione agricola e artigianale ha generato Made in Italy nelle varie regioni, la loro commercializzazione attraverso una accentuata attenzione al rappresentano le misure verso le quali deve muoversi il nostro sistema economico.
Le fortunate condizioni cui si trova la penisola garantisce la possibilità di conseguire produzioni agroalimentari di grande qualità, che peraltro devono essere valorizzate sia favorendo la formazione di mercati locali del consumo che consentano l’avvicinamento della produzione al consumo, secondo il principio della “distanza zero”, sia garantendo la realizzazione di condizioni di trasparenza, imponendo con normative adeguate una rigorosa tracciabilità delle produzioni. Non è solo il luogo del confezionamento dei prodotti alimentari che deve essere evidenziato, ma anche e soprattutto la composizione merceologica e l’origine geografica delle varie componenti del prodotto. E soprattutto si devono trovare importanti forme di valorizzazione dei prodotti alimentari naturali,rispetto a quelli di produzione artificiale originate dalla industria chimica.
L’industria dell’accoglienza deve trovare gli strumenti per un forte rilancio, provvedendo alla riorganizzazione delle strutture e delle competenze che si pongono al servizio degli operatori privati. La promozione internazionale va attribuita allo Stato e alle Regioni, mentre l’organizzazione dell’offerta turistica deve essere di competenza degli enti locali
L’economia finanziaria
La finanziarizzazione dell’economia e la formazione di grossi complessi bancari e creditizi di livello internazionale ha condotto alla gravissima crisi del 2008 originata dal disastro americano. Nuovi sistemi di regolamentazione del settore, il superamento della corsa alle aggregazioni, un forte orientamento agli interventi diretti a sostenere gli investimenti delle attività produttive, l’alleggerimento dei rapporti tra aziende di credito e imprese produttive sono le linee da attuarsi in questo settore. Si è visto come il sistema italiano ha retto meglio degli altri proprio perché in questo paese le aggregazioni e fusioni bancarie, per quanto importanti, non hanno raggiunto i livelli di altri paesi, formando adeguate resistenze alla veloce trasmissione degli impulsi negativi. Uno degli insegnamenti più importanti derivanti dalla crisi consiste nella necessità di porre un freno alla spinta alle aggregazioni, e va favorito un riequibrio tra grandi complessi finanziari e i microsistemi di banche locali che hanno retto in modo encomiabile alla crisi del sistema. Vanno posti dei freni all’accentramento, vanno favoriti i sistemi creditizi che creano un legame rapido e flessibile tra la raccolta derivante dai processi di accumulazione delle famiglie e le scelte di investimento dei sistemi produttivi locali. Il localismo finanziario ha rappresentato uno dei fattori di successo del sistema nord orientale e della dorsale adriatica: si tratta di fattori potenti di sviluppo su cui deve fondarsi la crescita delle regioni meridionali, oltre che il rilancio delle economia del centro nord.
La formazione delle risorse umane
Il paese deve porre in essere un grande sforzo per rinnovare il nostro sistema formativo, a tutti i livelli, considerando che l’investimento in risorse umane rappresenta la migliore assicurazione contro il declino del nostro sistema economico. Purtroppo gli investimenti in questo settore presentano rendimenti valutabili a medio e lungo termine, per cui la classe politica italiana, di ogni orientamento e di ogni periodo, ha rivolto scarsa attenzione a questo settore, che non produce risultati politici immediati. Bisogna avere il coraggio di rovesciare completamente queste tendenze, procedendo ad una generale revisione delle modalità di reclutamento, formazione, aggiornamento e retribuzione della classe insegnante della scuola primaria e secondaria, che non deve essere considerato come il settore in cui si allentano le tensioni del mercato del lavoro intellettuale. Con la generalizzazione di un sistema efficace di aggiornamento degli insegnanti, di un adeguamento dei sistemi di aggiornamento dei livelli qualitativi e di valutazione e controllo delle prestazioni, con un adeguamento dei programmi che renda la scuola da un lato più reattiva alle innovazioni tecnologiche e dall’altro più sensibile e radicata alle condizioni culturali dei singoli ambiti territoriali, si può e si deve operare una grande trasformazione, che eviti poi di scaricare completamente sulle imprese, da un lato, e sulle università, dall’altro, gli oneri di una riconversione e di una integrazione di conoscenze e abilità.
Il sistema universitario deve essere posto nelle condizioni di competere con i sistemi europei e anglosassoni, rispetto ai quali soffre di pesanti condizioni di sottofinanziamento. Si deve cessare di considerare l’università italiana come il luogo delle prevaricazioni baronali e degli sprechi, secondo linee di comunicazione attivate da ambienti governativi e dalle lobbies milanesi che sono dirette unicamente alla giustificazione di ulteriori tagli ai livelli di finanziamento, risultanti sistematicamente sottodimensionati rispetto ai livelli medi dei grandi paesi industriali. Si deve respingere i continui tentativi di creare falsi problemi, come quelli del valore legale del titolo di studio, delle procedure concorsuali o dei sistemi di governo. Ci si deve invece muovere verso la conferma della università come istituzioni autonome, autogovernate e competitive, intese anche come fattori di sviluppo locale, collegate con il sistema delle famiglie e delle imprese dei singoli territori, operanti in un quadro di finanziamenti stabili e sufficienti, e di un rigoroso sistema di valutazione delle prestazioni didattiche, scientifiche, e di promozione dello sviluppo locale, anche mediante l’introduzione di meccanismi premiali nei finanziamenti alle istituzioni e nelle retribuzioni agli operatori universitari.
Le istituzioni universitarie devono essere tenute rigorosamente immuni dai condizionamenti politici e clientelari, e per questo non appare opportuno pensare, anche in una logica autonomista, alla loro regionalizzazione. Come in Svizzera e in altri paesi ad ordinamento federale, le Università devono dipendere da un centro di finanziamento, di vigilanza e di coordinamento che sia lontano dai gruppi di potere locale, politici ed economici. Le autorità regionali devono operare iniziative di coordinamento per il diritto allo studio e per la promozione di settori strategici per lo sviluppo locale e per la promozione dell’attrattività delle università regionali verso una domanda studentesca extraregionale o internazionale, lasciando pienamente libere le università di operare in un quadro competitivo adeguatamente definito.
La ricerca e l’innovazione
Senza sforzi importanti per l’ampliamento delle frontiere della conoscenza scientifica e tecnologica, senza la costruzione di sistemi e di processi efficaci di trasferimento tecnologico, un sistema industriale è destinato al declino, a fronte del riattivarsi dei processi competitivi a livello internazionale. Anche in questo settore le statistiche internazionali dimostrano come il nostro paese è tra quelli che meno investono in ricerca, sia da parte della pubblica amministrazione, sia da parte delle imprese.
La dipendenza tecnologica da altri sistemi, come la dipendenza energetica, rappresenta uno degli aspetti di maggiore vulnerabilità del nostro sistema economico. Anche in questo caso i ritorni politici degli investimenti superano l’arco dei cicli elettorali, e quindi la classe politica italiana, chiusa in un orizzonte di breve periodo, al di là delle petizioni di principio, ha finora dimostrato scarso interesse alla questione.
Se il paese vuole rimuovere una delle cause fondamentali del declino di un sistema industriale, deve muoversi con forza in questo settore, agendo su più direttrici. Da un lato deve destinare più risorse pubbliche, direttamente attraverso il finanziamento della ricerca universitaria e di quella industriale, o indirettamente attraverso gli incentivi fiscali alle imprese che operino investimenti nel settore. Dall’altro deve valorizzare, contrariamente quanto ritenuto e sostenuto dai grandi centri di potere industriali e comunicazionali lombardi e romani, la rete delle università distribuite sul territorio e che con i loro costanti contatti con il sistema produttivo e la diffusione sul territorio dei loro laureati delle aree scientifiche e tecnologiche rappresentano il più potente fattore di trasferimento tecnologico che si possa concepire
Le reti fisiche e informative
Il sistema produttivo italiano è da un lato danneggiato e dall’altro paradossalmente favorito nei confronti dei competitori esteri che intendano inserirsi con proprie unità produttive nel nostro paese, dal basso livello di infrastrutturazione, che appare assolutamente insufficiente sia in alcuni punti centrali del sistema stesso, sia nelle aree che devono essere ancora investite da processi di sviluppo, quali il Mezzogiorno, le aree montane, le zone di riconversione industriale.
E’ tuttavia illusorio ritenere che una politica di grandi opere infrastrutturali, se queste si traducono in gravi sconvolgimento del territorio e dell’ambiente, vale a dire in distruzione di risorse ambientali e culturali che rappresentano una delle maggiori ricchezze del nostro paese, e se non direttamente finalizzate ad obiettivi di sviluppo e se non efficacemente accompagnate da calibrate misure di investimento in risorse umane e in interventi imprenditoriali, possano condurre all’innesco di processi di crescita nelle zone sottoutilizzate e in quelle in fase di riconversione. Gli investimenti in infrastrutture trasportistiche e logistiche possono rianimare per un modesto arco di tempo il sistema legato all’edilizia locale, possono svolgere una funzione anticiclica quando riescano a superare i tempi biblici delle procedure autorizzative, possono raccogliere la soddisfazione degli ambienti legati ai costruttori, ma se non attentamente orientate a disegni e processi di sviluppo, lasciano solo i segni del consumo di risorse ambientali. La costruzione del Ponte sullo stretto non richiede particolari giustificazioni della sua utilità, ma tante altre opere proposte in tante sedi devono essere attentamente valutate nella loro reale utilità, a fronte di indubbi sprechi di risorse territoriali.
Gli investimenti cui si deve dare la priorità sono certamente quelli relativi alle grandi reti di trasferimento di dati. Bisogna porre tutte le parti del territorio nelle stesse condizioni per quanto riguarda il trasferimento delle informazioni, che deve essere agevole, rapido ed efficiente in ogni parte del territorio nazionale, perché la loro disponibilità rappresentano un potente fattore di crescita e la loro assenza una grave causa del persistere di condizioni di sottosviluppo.
Le risorse ambientali: energia, acqua, aria, verde, suolo
A livello nazionale e regionale è indispensabile porre in essere politiche di impiego oculato delle risorse ambientali, che sono limitate e in taluni casi soggette a pericolosi processi di erosione.
Lo spostamento verso il più intensivo utilizzo delle risorse energetiche di tipo rinnovabile (solare, fotovoltaico, eolico, idrico, geotermico, biomasse), la ricerca di livelli quanto più elevati di autosufficienza energetica, il ricorso a processi di utilizzo di risorse con un basso tasso di emissioni solide, radioattive, atmosferiche, liquide, rappresentano le linee di intervento da seguire e che non costituiscono purtroppo un orientamento acquisito generalmente. A fronte di interventi dal lato dell’offerta, si devono porre politiche efficaci di contenimento dei consumi familiari e produttivi.
Sull’impegno territoriale per la produzione e la distribuzione di tali risorse deve essere chiaro che costi e benefici devono essere equamente distribuiti. Non è accettabile che grandi impianti di raffinazione di prodotti petroliferi o grandi centrali idroelettriche inquinino l’ambiente o prosciughino i corsi d’acqua o devastino il paesaggio in talune regioni e le produzioni vengano utilizzate in gran parte nelle regioni contermini o a livello nazionale o, peggio, internazionale. Le comunità locali devono giovarsi o direttamente, attraverso trattamenti tariffari specifici, o indirettamente attraverso una compartecipazione al gettito delle accise dei loro enti esponenziali, di tali risorse.
Le risorse idriche devono essere gestite tenendo conto della tendenziale diminuzione delle precipitazioni, dell’aumento dei consumi e di esigenze di qualità. A queste esigenze si deve rispondere con la attivazione di misure dirette alla conservazione e riciclo delle risorse idriche da precipitazione (pioggia, neve), a livello di abitazioni e di stabilimenti, al contenimento dei consumi, alla realizzazione di un grande programma diretto alla depurazione delle acque reflue.
Le risorse atmosferiche devono essere protette da processi di inquinamento di varia natura, dalla realizzazione di reti di distribuzione elettrica interrate e possibilmente collegate alle reti di trasporto (autostrade, ecc) e monitorate da una efficace rete di controllo affidata agli enti locali intermedi.
Le risorse paesaggistiche e quelle agricole legate soprattutto agli spazi verdi devono essere protette dai continui processi di erosione legate alle espansioni dei centri abitati che tendono a estendersi anche dove la popolazione non è in crescita o dalla realizzazione di grandi opere infrastrutturali che rispondono alle richieste delle imprese di costruzione e non a comprovate esigenze di sviluppo. La protezione deve riguardare anche le modalità di estrazione di materiali da costruzione e più in generale di materie prime, per le quali devono essere privilegiate le operazioni di manutenzione del territorio, con il recupero di inerti da attività di manutenzione degli alvei fluviali, di riciclo dei materiali da costruzione, di escavazione solo in siti di scarso valore ambientale, che comunque devono essere sottoposti ad operazioni di rinaturalizzazione.
Le risorse del suolo devono essere tutelate nella loro qualità da rigorose politiche relative alla produzione, raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani e industriali. Tali politiche devono essere fondate su due principi fondamentali: da un lato il principio del contenimento dei livelli di produzione dei residui dei processi di consumo familiare e di trasformazione industriale (principio del risparmio); dall’altro il principio secondo il quale i rifiuti devono essere considerati alla stregua di materie prime da riutilizzarsi per dare luogo a nuove produzioni (principio del riciclo). Tali politiche devono incidere in prima istanza dal lato dei livelli di generazione dei residui dei processi di consumo e di produzione, che devono essere contenuti spingendo verso azioni di risparmio e di recupero nell’ambito delle famiglie, e di controllo delle confezioni e di generalizzazione dell’uso di materiali biodegradabili nel settore manifatturiero e distributivo. In una seconda fase, si deve attribuire ai produttori di rifiuti (famiglie e imprese) la responsabilità di selezionare i rifiuti per tipologie di riciclo, in modo da facilitare le operazioni di raccolta, di avvio agli impianti di trasformazione, di smaltimento delle quantità non economicamente o tecnicamente riciclabili.
Le organizzazioni di raccolta, trattamento e smaltimento devono essere realizzate nella logica dell’autosufficienza di ambiti spazialmente determinati, al fine di evitare le operazioni di trasporto a lunga gittata, di scaricare su altri ambiti i costi ambientali dello smaltimento, di rendere meno pesanti i rischi di crisi ambientali derivanti dalla assenza di adeguate strutture di smaltimento entro gli ambiti locali.
Le politiche tributarie
Le politiche fiscali devono essere radicalmente riformate, sulla base di tre fondamentali principi: la difesa dei nuclei familiari, l’autonomia finanziaria dei territori, la semplificazione dei processi.
Il primo obiettivo si persegue attraverso il principio che i trasferimenti di patrimoni all’interno dello stesso nucleo familiare per successione o donazione non devono essere oggetto di imposizione. Va premiato il risparmio, la continuità della famiglia, gli sforzi dei singoli per valorizzare e migliorare il risultato della propria vita lavorativa. L’abolizione dell’imposta di successione e di donazione all’interno di un complesso familiare deve essere un punto irrinunciabile di un programma diretto a favorire le famiglie. Un altro punto fondamentale deve essere quello legato alla necessità di commisurare in modo efficace il carico tributario al numero di componenti del nucleo familiare.
A questo intervento se ne devono aggiungere altri sulla detassazione totale o parziale delle erogazioni liberali disposte a favore di istituzioni formative, scientifiche, culturali, assistenziali e religiose, o sugli interventi direttamente disposti ed eseguiti dai contribuenti per fini socialmente utili, quali il restauro di beni culturali, e la ristrutturazione delle abitazioni per aumentare il livello del risparmio energetico, in modo da favorire l’afflusso di risorse private liberamente decise a favore di istituzioni o usi ad alto valore sociale. La via delle erogazioni liberali è uno strumento fondamentale per perseguire fini socialmente utili e dare valore alle libere scelte dei singoli e delle famiglie.
Il secondo obiettivo si persegue garantendo alle articolazioni locali della pubblica amministrazione (regioni, province, comuni) il finanziamento delle loro attività attraverso entrate certe che derivino da quote prefissate di partecipazione al gettito delle imposte sui redditi, sui consumi e sulla produzione. Come avviene in altri sistemi, tutti i livelli di governo devono conoscere in anticipo (a parte le oscillazioni delle grandezze economiche di riferimento) l’entità delle risorse di cui disporranno nel breve e medio periodo. Tale principio deve valore per tutti i livelli di governo (regioni, province, regioni), sottraendo i livelli inferiori alle annuali laboriose e talora umilianti negoziazioni con i livelli superiori. Naturalmente questi ultimi dovranno accantonare fondi per interventi perequativi, legati ai diversi livelli di sviluppo dei singoli territori. Un vero federalismo fiscale si realizza attraverso la garanzia che ogni livello di governo locale possa vedersi assicurato un livello certo di risorse.
Il terzo obiettivo si persegue attraverso una riforma di fondamentale importanza e che certamente urta contro una impostazione ideologica fortemente radicata, storicamente affermata dall’egualitarismo di sinistra e, purtroppo, costituzionalmente garantita: l’abolizione della progressività delle imposte. La necessità di ricostruire l’imponibile attraverso l’aggregazione di spezzoni diversi di reddito per applicare aliquote crescenti al reddito totale ha comportato la costruzione di un gigantesco apparato di controllo sia tributario, sia amministrativo, sia professionale. L’introduzione di una imposta secca su ogni reddito, come ora è per gli interessi bancari, semplificherebbe enormemente il sistema. L’esigenza di differenziare l’imposizione sulla base dei livelli di vita può rovesciarsi sulla imposizione indiretta per tipologia di consumo. Si tratta di una innovazione radicale che deve passare, purtroppo, attraverso una revisione costituzionale. In attesa, si deve ricorrere ad una radicale revisione del sistema delle aliquote.
Per venire incontro alle esigenze di sviluppo di aree svantaggiate, vanno introdotte adeguate misure di “fiscalità di vantaggio”, che tengano conto delle necessità delle aree meno utilizzate, delle aree montane e di quelle confinarie esposte ai regimi concorrenziali dei sistemi economici confinanti, che con aliquote di imposizione sui redditi e sui consumi più contenute creano notevoli difficoltà alla tenuta delle imprese.
Le politiche retributive
Il problema fondamentale del nostro sistema è quello di elevare i livelli medi delle retribuzioni da lavoro, il che può realizzarsi da un lato facendo crescere la produttività del lavoro e allo stesso tempo abbassando l’incidenza del lavoro sul valore del prodotto, e dall’altro riorganizzando radicalmente le organizzazioni previdenziali in modo da ridurre i costi da amministrazione.
Ritornare a vecchi istituti come le gabbie salariali non ha senso, perché già la contrattazione territoriale e aziendale finisce per tener conto dei differenziali spaziali del potere di acquisto della moneta. Nei casi in cui questo non si verificasse, un orientamento di questo genere, se applicato concretamente, avrebbe gravi inconvenienti. Se la proposta si traducesse in un adeguamento dei salari percepiti nelle grandi aree industriali ai relativi costi della vita, ne deriverebbe una crescita dei prezzi che renderebbe meno competitivi i prodotti offerti in tali aree. Se venisse applicata alle aree con livelli di vita più bassi, la proposta sarebbe politicamente improponibile per l’impossibilità di prefigurare e ottenere un abbassamento dei vigenti livelli salariali. Certo è che in prospettiva nelle grandi stagioni contrattuali si dovrà tenere meglio conto dei differenziali territoriali del potere d’acquisto, il che richiederà la disponibilità di adeguati strumenti di misurazione statistica che consentano di rilevare non solo le dinamiche temporali dei prezzi, ma anche la loro variabilità spaziale, che non può attualmente essere misurata in modo adeguato dagli organismi statistici ufficiali.
L’attivazione di processi di crescita endogeni: le aree sottoutilizzate
Uno dei problemi centrali della nostra economia è costituito dal persistere di gravi condizioni di divario tra Nord e Sud da un lato, nonché delle difficoltà strutturali legate alle condizioni morfologiche del territorio nazionale, dall’altro. Gli squilibri tra Italia centro-settentrionale e Mezzogiorno dipendono da fattori storici, culturali, sociali che sono ben noti e che possono e devono essere superati con una nuova politica di sviluppo. All’interno di tali grandi aree vi sono differenziali di livelli economici legati alla condizioni fisiche dei territori, che possono essere superati solo con l’adozione di misure permanenti atte a tener conto strutturalmente dei costi che famiglie e imprese devono sostenere per il solo fatto di essere insediate in territori svantaggiati dall’altimetria e dalla carenza di spazi utilizzabili (aree alpine e appenniniche).
Una politica del Mezzogiorno deve prendere atto che le strade finora percorse dal dopoguerra ad oggi, pure importanti, non sono state sufficienti a colmare i divari economici e sociali tra Nord e Sud. La politica delle grandi opere pubbliche dirette ad incidere sulle carenze infrastrutturali che indeboliscono le possibilità di movimentazione di persone e cose (viabilità, portualità, areoportualità), o sulle condizioni di vita delle popolazioni (strutture sanitarie, scolastiche universitarie), o sul trasferimento di risorse di base legate a strutture distributive a rete (acqua, elettricità, gas), gli interventi operati dall’industria pubblica diretti a costituire importanti poli produttivi nel settore dell’industria pesante (siderurgia, chimica, raffinazione), l’attivazione di strumenti di incentivazione alle imprese, attraverso le varie forme di intervento dirette ad incidere sul costo del denaro, sulla patrimonializzazione, sul costo del lavoro, rappresentano altrettante linee di intervento che hanno avuto importanza ed hanno generato processi di sviluppo locale in talune aree, che però rimangono limitate, non producendo tendenze generalizzate alla crescita e al riequilibrio rispetto alle economie del centro-nord.
Gli strumenti finora adottati, sia pure tra difficoltà, e impostazioni di fondo inaccettabili, come la concezione di un Sud che dovrebbe concentrarsi sulla valorizzazione delle proprie risorse specifiche di grandi potenzialità, come le produzioni agroalimentari e la fruizione del tempo libero, hanno tutti contenuti importanti di validità, ma non hanno conseguito il successo da una parte perché non utilizzati fino in fondo, a causa delle resistenze dell’industria settentrionale e dei condizionamenti politici locali che spesso hanno orientato le azioni verso obiettivi privi di giustificazioni economiche, e dall’altro perché non incidevano sulle ragioni di fondo del sottosviluppo meridionale, da individuarsi in una generalizzata presenza di “diseconomie esterne” che non sono solo la carenza di infrastrutture fisiche.
Il problema fondamentale da affrontare è quello di atteggiamenti culturali e di comportamenti sociali che non favoriscono l’emergere di processi di sviluppo endogeno, che nascano dall’impegno diretto di capacità imprenditoriali che si affermino all’interno della società meridionale. Bisogna rompere l’atteggiamento riguardante l’attesa di interventi dall’esterno, siano essi pubblici o imprenditoriali, che alla fine si traducono in aspirazioni assistenzialistiche, in processi clientelari, in dispersione di risorse, o in trasferimenti di capitali che orientati al Sud riaffluiscano al Nord attraverso il gioco degli approvvigionamenti di beni di investimento e dall’acquisizione dei fattori della produzione. E tale problema fondamentale va superato attraverso un grande sforzo per affermare tre linee di atteggiamento culturale: la cultura della legalità, la cultura dell’intraprendere, la cultura della qualità. Da diffondere e radicare attraverso le istituzioni scolastiche, le agenzie di socializzazione, la rete delle realtà associative.
Non si può garantire lo sviluppo produttivo di un’area se non si riesce a generare una classe imprenditoriale locale, che sappia sfruttare al meglio le risorse locali e le opportunità economiche, utilizzando le occasioni che l’intervento pubblico può offrire attraverso un quadro coerente di legalità ed un insieme mirato di incentivazioni. Bisogna rompere l’orientamento all’impiego pubblico, diffondere una cultura orientata al rischio imprenditoriale, formare competenze tecniche locali, garantire un quadro certo di imposizione fiscale sulla produzione, rompendo forme illegali di tassazione da un lato e garantendo il rigoroso rispetto delle norme tributarie dall’altro, rendere efficienti le amministrazioni pubbliche con un impegno alla semplificazione delle procedure da un lato e della formazione di una classe di operatori delle pubblica amministrazione preparata ed efficiente dall’altro.
Ma è soprattutto necessario diffondere una cultura dell’impresa. Realizzare scuole di formazione per imprenditori e manager, rafforzare la rete degli istituti tecnici industriali, rendere obbligatori in tutti i corsi di laurea moduli di cultura d’impresa e di informatica. Il tutto per rafforzare una cultura che favorisca l’impegno nelle attività produttive, la formazione di quadri, dirigenti o imprenditori. Ma soprattutto costituire in tutte le aree Agenzie per la promozione dello sviluppo, che si muovano nella direzione dell’assistenza aziendale e dell’animazione economica, in modo da individuare e sostenere nuove energie imprenditoriali.
Solo dalla crescita di una nuova classe imprenditoriale locale, da formarsi attraverso l’animazione, la motivazione e l’assistenza a nuove leve reclutate tra i giovani, tra i lavoratori delle aziende in difficoltà, tra le piccole imprese artigiane, può scaturire la garanzia di uno sviluppo autonomo, fondato in particolare sull’autoimpiego e sull’autoimprenditorialità.
Si tratta di una grande operazione di sviluppo, che deve essere gestito dalle autonomie regionali, opportunamente coordinate a livello sovraregionale.
L’abbattimento dei costi insediativi differenziali nelle aree svantaggiate
Gli orientamenti indicati per le aree sottoutilizzate del Sud valgono anche per le aree in difficoltà del centro nord. Per larghe fasce di tali territori si registrano difficoltà strutturali che nascono dai costi più elevati che rendono più costosi gli insediamenti produttivi o le condizioni di vita delle popolazioni che per ragioni sociali, familiari e altro hanno compiuto la scelta di continuare a vivere in ambiti che, se di grande interesse dal punto di vista ambientale, presentano notevoli svantaggi in termini di costi energetici, di dispersione degli insediamenti, di distanze da percorrere per accedere ai servizi alle famiglie o al posto di lavoro.
Il problema si risolve solo con interventi sistematici di abbattimento dei costi differenziali, in modo da porre sullo stesso piano chi risiede in aree svantaggiate dal punto di vista naturale e chi risiede in nelle rimanenti parti del territorio. Se si vuole impedire l’invecchiamento e lo spopolamento delle aree montane, con i gravi inconvenienti che la desertificazione possa generare per il resto del territorio, è indispensabile garantire una rigorosa equiparazione di tutte le parti del paese, attraverso appropriate e coraggiose politiche tariffarie e fiscali.
L’economia delle differenziazioni culturali
L’Italia è costituita da un insieme di regioni dalle profonde differenze culturali e comprende al suo interno importanti minoranze linguistiche. Si tratta di elementi di coesione, di omogeneità interna rispetto a specifici ambiti territoriali e sociali, di fattori di differenziazione che creano interessanti situazioni di pluralismo culturale e predisposizione al rapporto con altre culture e lingue. Il valore economico delle minoranze linguistiche e delle differenze regionali giustifica interventi a favore della loro valorizzazione. Ciò è evidente nelle regioni a statuto speciale, caratterizzate da maggioranze linguistiche che non sono omogenee alla cultura italiana tradizionale, ma che sono più vicine alle culture di stati vicini (francese della Val d’Aosta, tedesco nell’Alto Adige, sloveno del Friuli Venezia Giulia), o da maggioranze che non trovano riscontro nelle condizioni linguistiche di altri paesi (sardo in Sardegna, friulano in Friuli Venezia Giulia, ladino del Trentino-Alto Adige) o che sono caratterizzate da una grande tradizione culturale e letteraria, come la Sicilia. Inoltre in tutte le regioni a statuto ordinario, con l’eccezione della Lombardia, dell’Emilia-Romagna, delle Marche, della Toscana, dell’Umbria, del Lazio e della Campania, vi sono significative minoranze linguistiche che hanno riferimenti con le nazionalità dell’altra sponda dell’Adriatico.
In una prospettiva autonomista va apprezzato il valore economico di tali differenziazioni culturali e sostenuta una politica di sostegno e valorizzazione, intesa come investimenti in cultura, in coesione, in differenziazione e in attrattività.
L’economia sociale di mercato
Chi crede nei principi dell’autonomismo non può che identificarsi con i principi dell’economia sociale di mercato. I principi della libera impresa, che però si muova all’interno di un quadro di regole ben definito, orientate ad impedire che i fattori di concentrazione e di polarizzazione in uno o pochi centri economici si traducano in un drenaggio di risorse e nella generazione di forti legami di dipendenza e indeboliscano le capacità di autodeterminazione dei singoli territori, rappresentano un elemento determinante di una concezione autonomista dell’assetto sociale ed istituzionale delle regioni e dei territori che formano l’Italia. Modelli di gestione centralistica, dirigista, pianificata, del sistema economico si traducono in modelli politici ed amministrativi di irreggimentazione del sistema, che vanno assolutamente respinti, proprio per le conseguenze che ne derivano per l’autogoverno e l’autoamministrazione delle singole comunità che formano il Paese.
Economia di mercato significa che malgrado le imperfezioni dei processi di formazione dei prezzi e di allocazione delle risorse produttive, i sistemi competitivi rappresentano il più sicuro strumento per la definizione delle esigenze dei consumatori e per l’orientamento delle scelte delle imprese verso tali esigenze, con un uso delle risorse quanto più possibile orientato alle domande del mercato. Significa pluralismo economico, che è la necessaria base per il pluralismo politico.
Economia sociale viene intesa nel senso che un adeguato quadro di regole e una appropriata azione della pubblica amministrazione deve impedire che da un lato si formino concentrazioni monopolistiche che finiscono per negare le condizioni della libertà economica, e che si creino danni ai processi di accumulazione del risparmio, e che dall’altro si generino pesanti squilibri sociali a danno dei segmenti più deboli della comunità.
Economia sociale significa anche che l’impresa non sia considerata soltanto come una struttura gerarchica e piramidale, ma come una comunità di manager, di quadri e di dipendenti che perseguono un interesse comune e che quindi devono essere tutti in qualche modo essere motivati, informati e coinvolti nelle scelte aziendali. Tale obiettivo si persegue in diverse forme, una delle quali viene indicata dalla esperienza tedesca di cogestione e di partecipazione agli utili. In una prospettiva autonomista sono queste le strade che devono essere imboccate.
Udine 10 ottobre 2010
Documento per un Programma economico del Movimento autonomista