CONTRO LA REGIONALIZZAZIONE DELL’ UNIVERSITA’

in Comunicati, Documenti Autonomisti, Movimenti Autonomisti

Il Movimento Autonomista Friulano si esprime negativamente rispetto alla proposta che emerge da alcuni ambienti regionali e in particolare dall’eurodeputato Giovanni Collino che è anche Presidente della Commissione paritetica Stato-Regione per le norme di attuazione dello Statuto, in ordine all’inserimento, nel pacchetto delle nuove competenze da assegnare al Friuli Venezia Giulia, della responsabilità di finanziare e gestire le competenze finora attribuite al Ministero dell’Università. Si tratta di una scelta che se attuata comporterebbe gravi conseguenze sia per l’autonomia dell’Università, sia per il bilancio della Regione

L’autonomismo friulano ha sempre ritenuto che la istituzione di una autonoma università abbia rappresentato una conquista fondamentale per il popolo friulano: una istituzione da promuovere e difendere contro i continui tentativi dei centri di potere regionali di contenerne la crescita, e da valorizzare come un fattore fondamentale di rafforzamento e di sviluppo della economia e della società friulane.

Due sono le condizioni fondamentali delle sua crescita: il superamento delle sue condizioni di sottofinanziamento strutturale, e la garanzia della sua autonomia dai condizionamenti politici e burocratici.

La seconda condizione finora è stata garantita dalla permanenza dell’Ateneo udinese nell’ambito del sistema universitario nazionale, cui la legge 168 del 1989 ha attribuito larghi margini di autonomia, statutaria, organizzativa, didattica e scientifica, e in fondo anche finanziaria, dati i criteri di finanziamento adottati, ingiusti ma legati a parametri nazionali, uguali per tutte le università del sistema.

Appare invece di estrema gravità la proposta dell’on. Collino, che dopo aver proposto la fusione delle due università, raccogliendo un coro di no friulani (ma il silenzio da parte triestina), ora formula la proposta di un trasferimento delle competenze in campo universitario dallo Stato alla Regione, da scambiarsi con la ipotizzata concessione delle quote di gettito IRPEF che gravano sui redditi da pensione dei soggetti che risiedono in Friuli Venezia Giulia.

A parte il fatto che i 110 milioni di euro netti che rimarrebbero alla Regione dalla duplice manovra di recupero dei 480 milioni del gettito IRPEF e dal contributo della Regione al risanamento dei conti dello Stato di 370 milioni che sono stati richiesti al bilancio regionale, sarebbero assolutamente insufficienti a sostenere il finanziamento del sistema universitario, che oltrettutto sarebbero destinati a crescere notevolmente a seguito della regionalizzazione del personale tecnico-amministrativo delle Università, riteniamo che la proposta debba essere immediatamente respinta per due motivi fondamentali:

1) la Università deve essere tenuta al riparo dai condizionamenti politici locali, il che è possibile solo nelle misura in cui rimanga dipendente da un Ministero centrale, lontano e poco interessato ad incidere sulle scelte di merito e sui processi di copertura delle cariche accademiche; la comunità friulana non ha alcun interesse che l’Università sia considerata alla stregua di un qualsiasi ente regionale, ove le cariche, le scelte e i programmi dipendono dalle contrattazioni tra i partiti della maggioranza del momento e dalle pressioni del Presidente o dell’Assessore regionale di turno; qualche tentativo al riguardo nel passato è stato prontamente respinto dal mondo accademico; quando però i finanziamenti e i provvedimenti dovessero dipendere dalla Regione, la comunità accademica sarà altrettanto decisa a respingere le “indicazioni” dei politici?;

2) la estensione del comparto unico anche al personale universitario porterebbe ad un notevole aggravio della spesa per il personale; il livellamento dei trattamenti retributivi è un obiettivo da perseguire, ma non si vede perché deve risultare a carico del bilancio regionale;

3) il grave errore compiuto in nome di una malintesa autonomia quando la Regione chiese di uscire dal Fondo Sanitario Nazionale, scaricando solo sul contribuente regionale i costi che peraltro venivano decisi al centro dalla contrattazione collettiva nazionale, con il conseguente ingessa mento dei conti della Regione, non deve essere ripetuto dall’Università: le scelte in materia retributiva vengono operate a livello nazionale, e quindi è giusto che sia il livello nazionale a provvedere alla copertura dei relativi costi;

4) si deve impedire alle burocrazie regionali e ai centri di potere triestini di operare verso una unificazione delle due Università: come si punta ad una sola Azienda sanitaria, ad una sola Camera di Commercio, ad un solo Ente Fiera, ad un solo Porto, così la proposta di una sola Università diverrebbe ineluttabile.

La scelta della regionalizzazione dell’Università avrebbe gravissime conseguenze sia per l’Università stessa, per la sua autonomia, sia per la comunità regionale che verrebbe caricata di ulteriori pesanti costi, che farebbero saltare i suoi bilanci.

Il Movimento Autonomista Friulano intende mobilitarsi contro questa proposta e lanciare un appello a tutti coloro che hanno a cuore l’Università del Friuli per impedire che un grave colpo venga inferto alla sua autonomia ed ai suoi livelli importanti di qualità nel campo della didattica, della ricerca e del trasferimento tecnologico.

IL PRESIDENTE

Ing. Valeria Grillo

18 ottobre 2010

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Una politica economica per l’autonomia

in Documenti Autonomisti

MOVIMENTO AUTONOMISTA FRIULANO

 Una politica economica per l’autonomia

 Premessa

 Il movimento autonomista deve saper esprimere una propria linea di politica economica che sia coerente con i principi fondamentali dell’autonomismo, che possono sintetizzarsi nel rafforzamento e nella valorizzazione dell’identità di un popolo definito all’interno di un territorio e individuato sulla base di caratteri storici, culturali,  linguistici, economici relativamente omogenei. Il dato linguistico comune non sempre consente l’identificazione di una comunità distinta da quelle contermini, ma quando è specifico e caratterizzato, rappresenta un potente fattore di differenziazione e un motivo ancora più forte per esigere alti livelli di autonomia.

Autonomia significa dotare una comunità di elevati livelli di autogoverno e ridurre al massimo i gradi di dipendenza economica da altri sistemi, appartenenti allo stesso complesso statuale o quelli contigui. Non vi è autonomia culturale ed economica, se questa non è sorretta da un apparato istituzionale che si giovi dei più larghi  margini di scelta  dei propri destini e di controllo delle proprie risorse.

L’autonomia presuppone una elevata considerazione delle specificità culturali di una comunità ed una rigorosa applicazione del principio di sussidiarietà

Un movimento autonomista legato ad una regione o risultante dalla federazione di più realtà autonomiste operanti nelle varie regioni deve porsi con forza la questione della definizione di linee di politica economica che siano in grado di esaltare il valore delle comunità di base, il rigoroso uso delle risorse di cui è dotato un territorio, l’attivazione di processi di crescita che garantiscano le prospettive di sviluppo di una comunità, l’arricchimento del capitale umano esistente in un ambito spazialmente determinato, l’abbattimento dei legami di dipendenza rispetto ad altre realtà economiche. Solo per questa via si garantiscono le possibilità di sopravvivenza e di crescita di una comunità.

L’economia reale

 

La produzione di beni materiali e di servizi per la produzione rappresenta la base di ogni sistema economico giacché é l’attività di trasformazione di materie prime in prodotti intermedi e finali che genera il valore aggiunto attraverso il quale si remunerano i fattori produttivi e si sostengono i redditi delle famiglie. Per quanto siano forti le tendenze alla terziarizzazione, è l’industria manifatturiera, insieme a quella delle costruzioni e alle attività di servizio alla produzione nonché l’industria dell’ospitalità rivolta alla domanda estera  che rappresenta la base economica di ogni sistema regionale.

Il  sistema industriale italiano appare fortemente differenziato sotto il profilo territoriale. Sottodimensionato nelle regioni del Mezzogiorno, fortemente diffuso nelle aree del nordest e più in generale nella dorsale adriatica, orientato su dimensioni più elevate nelle aree di più antica industrializzazione del centro nord, deve affrontare i problemi della concorrenza internazionale, di una insufficiente capitalizzazione, di un livello modesto di innovazione, di una squilibrata distribuzione territoriale e di una inadeguata presenza di risorse imprenditoriali nelle regioni meridionali, che in uno con i problemi della legalità rappresenta il vero vincolo allo sviluppo di quelle aree. Una rinnovata politica industriale deve orientarsi verso l’iniezione di robuste dosi di innovazione di prodotto e di processo, privilegiando produzioni ad alti contenuti di qualità e di complessità; deve favorire la ripresa di un ciclo di investimenti diretto ad innalzare i livelli di produttività dell’industria e un contenimento dei costi di lavoro per unità di prodotto che non può basarsi sulla contrazione dei livelli remunerativi, bensì sulla riduzione del peso del lavoro in modo da reagire in questo modo ai bassi livelli retributivi dei paesi dell’oriente e del sud del mondo; il ripristino di un quadro di legalità che deve garantire l’efficiente esercizio delle attività produttive in tante regioni italiane colpite tradizionalmente da un basso livello di utilizzazione delle risorse locali; la formazione di capacità imprenditoriali che sono l’unica e vera garanzia dello sviluppo economico. Me è soprattutto sul terreno di una drastica semplificazione delle procedure, delle normative, delle strutture della pubblica amministrazione, in modo da ridurre i costi monetari e non monetari da amministrazione, che si deve operare per creare le condizioni per una ripresa dello sviluppo industriale che sia equilibrato sul piano territoriale. La piena valorizzazione delle risorse locali, delle specificità che una lunga tradizione agricola e artigianale ha generato Made in Italy nelle varie regioni, la loro commercializzazione attraverso una accentuata attenzione al rappresentano le misure verso le quali deve muoversi il nostro sistema economico.

Le fortunate condizioni cui si trova la penisola garantisce la possibilità di conseguire produzioni agroalimentari di grande qualità, che peraltro devono essere valorizzate sia favorendo la formazione di mercati locali del consumo  che consentano l’avvicinamento della produzione al consumo, secondo il principio della “distanza zero”, sia garantendo la realizzazione di condizioni di trasparenza, imponendo con normative adeguate una rigorosa tracciabilità delle produzioni. Non è solo il luogo del confezionamento dei prodotti alimentari che deve essere evidenziato, ma anche e soprattutto la composizione merceologica e l’origine geografica delle varie componenti del prodotto. E soprattutto si devono trovare importanti forme di valorizzazione dei prodotti alimentari naturali,rispetto a quelli di produzione artificiale originate dalla industria chimica.

L’industria dell’accoglienza deve trovare gli strumenti per un forte rilancio, provvedendo alla riorganizzazione delle strutture e delle competenze che si pongono al servizio degli operatori privati. La promozione internazionale va attribuita allo Stato e alle Regioni, mentre l’organizzazione dell’offerta turistica deve essere di competenza degli enti locali

 

L’economia finanziaria

 

La finanziarizzazione dell’economia e la formazione di grossi complessi bancari e creditizi di livello internazionale ha condotto alla gravissima crisi del 2008 originata dal disastro americano. Nuovi sistemi di regolamentazione del settore, il superamento della corsa alle aggregazioni, un forte orientamento  agli interventi diretti a sostenere gli investimenti delle attività produttive,  l’alleggerimento dei rapporti tra aziende di credito e imprese produttive sono le linee da attuarsi in questo settore. Si è visto come il sistema italiano ha retto meglio degli altri proprio perché in questo paese le aggregazioni e fusioni bancarie, per quanto importanti, non hanno raggiunto i livelli di altri paesi, formando adeguate resistenze alla veloce trasmissione degli impulsi negativi. Uno degli insegnamenti più importanti derivanti dalla crisi consiste nella necessità di porre un freno alla spinta alle aggregazioni, e va favorito un riequibrio tra grandi complessi finanziari e i microsistemi di banche locali che hanno retto in modo encomiabile alla crisi del sistema. Vanno posti dei freni all’accentramento, vanno favoriti i sistemi creditizi che creano un legame rapido e flessibile tra la raccolta derivante dai processi di accumulazione delle  famiglie e le scelte di investimento dei sistemi produttivi locali. Il localismo finanziario ha rappresentato uno dei fattori di successo del sistema nord orientale e della dorsale adriatica: si tratta di fattori potenti di sviluppo su cui deve fondarsi la crescita delle regioni meridionali, oltre che il rilancio delle economia del centro nord.

 

La formazione delle risorse umane

 

Il paese deve porre in essere un grande sforzo per rinnovare il nostro sistema formativo, a tutti i livelli, considerando che l’investimento in risorse umane rappresenta la migliore assicurazione contro il declino del nostro sistema economico. Purtroppo gli investimenti in questo settore presentano rendimenti valutabili a medio e lungo termine, per cui la classe politica italiana, di ogni orientamento e di ogni periodo, ha rivolto scarsa attenzione a questo settore, che non produce risultati politici immediati. Bisogna avere il coraggio di rovesciare completamente queste tendenze, procedendo ad una generale revisione delle modalità di reclutamento, formazione, aggiornamento e retribuzione della classe insegnante della scuola primaria e secondaria, che non deve essere considerato come  il settore in cui si allentano le tensioni del mercato del lavoro intellettuale. Con la generalizzazione di un sistema efficace di aggiornamento degli insegnanti,  di un adeguamento dei sistemi di aggiornamento dei livelli qualitativi e di valutazione e controllo delle prestazioni, con un adeguamento dei programmi che renda la scuola da un lato più reattiva alle innovazioni  tecnologiche e dall’altro più sensibile e radicata alle condizioni culturali dei singoli ambiti territoriali, si può e si deve operare una grande trasformazione, che eviti poi di scaricare completamente sulle imprese, da un lato, e sulle università, dall’altro, gli oneri di una riconversione e di una integrazione di conoscenze e abilità.

Il sistema universitario deve essere posto nelle condizioni di competere con i sistemi europei e anglosassoni, rispetto ai quali soffre di pesanti condizioni di sottofinanziamento. Si deve cessare di considerare l’università italiana come il luogo delle prevaricazioni baronali e degli sprechi, secondo linee di comunicazione attivate da ambienti governativi e dalle lobbies milanesi che sono dirette unicamente alla giustificazione di ulteriori tagli ai livelli di finanziamento, risultanti sistematicamente sottodimensionati rispetto ai livelli medi dei grandi paesi industriali. Si deve respingere i continui tentativi di creare falsi problemi, come quelli del valore legale del titolo di studio, delle procedure concorsuali o dei sistemi di governo. Ci si deve invece muovere verso la conferma della università come istituzioni autonome, autogovernate e competitive, intese anche come fattori di sviluppo locale, collegate con il  sistema delle famiglie e delle imprese dei singoli territori, operanti in un quadro di finanziamenti stabili e sufficienti, e di un  rigoroso sistema di valutazione delle prestazioni didattiche, scientifiche, e di promozione dello sviluppo locale, anche mediante l’introduzione di meccanismi premiali nei finanziamenti alle istituzioni e nelle retribuzioni agli operatori universitari.

Le istituzioni universitarie devono essere tenute rigorosamente immuni dai condizionamenti politici e clientelari, e per questo non appare opportuno pensare, anche in una logica autonomista, alla loro regionalizzazione. Come in Svizzera e in altri paesi ad ordinamento federale, le Università devono  dipendere da un centro di finanziamento, di vigilanza e di coordinamento che sia lontano dai gruppi di potere locale, politici ed economici. Le autorità regionali devono operare iniziative di coordinamento per il diritto allo studio e per la promozione di settori strategici per lo sviluppo locale e per la promozione dell’attrattività delle università regionali verso una domanda studentesca extraregionale o internazionale,  lasciando pienamente libere le università di operare in un quadro competitivo adeguatamente definito.

La ricerca e l’innovazione

 

Senza sforzi importanti per l’ampliamento delle frontiere della conoscenza scientifica e tecnologica, senza la costruzione di sistemi e di processi efficaci di trasferimento tecnologico, un sistema industriale è destinato al declino, a fronte del riattivarsi dei processi competitivi a livello internazionale. Anche in questo settore le statistiche internazionali dimostrano come il nostro paese è tra quelli che meno investono in  ricerca, sia da parte della pubblica amministrazione, sia da parte delle imprese.

La dipendenza tecnologica da altri sistemi, come la dipendenza energetica, rappresenta uno degli aspetti di maggiore vulnerabilità del nostro sistema economico. Anche in questo caso i ritorni politici degli investimenti superano l’arco dei cicli elettorali, e quindi la classe politica italiana, chiusa in un orizzonte di breve periodo, al di là delle petizioni di principio, ha finora dimostrato scarso interesse alla questione.

Se il paese vuole rimuovere una delle cause fondamentali del declino di un sistema industriale, deve muoversi con forza in questo settore, agendo su più direttrici. Da un lato deve destinare più risorse pubbliche, direttamente attraverso il finanziamento della ricerca universitaria e di quella industriale, o indirettamente attraverso gli incentivi fiscali alle imprese che operino investimenti nel settore. Dall’altro deve valorizzare, contrariamente quanto ritenuto e sostenuto dai grandi centri di potere industriali e comunicazionali lombardi e romani, la rete delle università distribuite sul territorio e che con i loro costanti contatti con il sistema produttivo e la diffusione sul territorio dei loro laureati delle aree scientifiche e tecnologiche rappresentano il più potente fattore di trasferimento tecnologico che si possa concepire

 

 

Le reti fisiche e informative

 

Il sistema produttivo italiano è da un lato danneggiato e dall’altro paradossalmente favorito nei confronti dei competitori esteri che intendano inserirsi con proprie unità produttive nel nostro paese, dal basso livello di infrastrutturazione, che appare assolutamente insufficiente sia in alcuni punti centrali del sistema stesso, sia nelle aree che devono essere ancora investite da processi di sviluppo, quali il Mezzogiorno, le aree montane, le zone di riconversione industriale.

E’ tuttavia illusorio ritenere che una politica di grandi opere infrastrutturali, se queste si traducono in gravi sconvolgimento del territorio e dell’ambiente, vale a dire in distruzione di risorse ambientali e culturali che rappresentano una delle maggiori ricchezze del nostro paese, e se non direttamente finalizzate ad obiettivi di sviluppo e se non efficacemente accompagnate da calibrate misure di investimento in risorse umane e in interventi imprenditoriali, possano condurre all’innesco di processi di crescita nelle zone sottoutilizzate e in quelle in fase di riconversione. Gli investimenti in infrastrutture trasportistiche e logistiche possono rianimare per un modesto arco di tempo il sistema legato all’edilizia locale, possono svolgere una funzione anticiclica quando riescano a superare i tempi biblici delle procedure autorizzative, possono raccogliere la soddisfazione degli ambienti legati ai costruttori, ma se non attentamente orientate a disegni e processi di sviluppo, lasciano solo i segni del consumo di risorse ambientali. La costruzione del Ponte sullo stretto non richiede particolari giustificazioni della sua utilità, ma tante altre opere proposte in tante sedi devono essere attentamente valutate nella loro reale utilità, a fronte di indubbi sprechi di risorse territoriali.

Gli investimenti cui si deve dare la priorità sono certamente quelli relativi alle grandi reti di trasferimento di dati. Bisogna porre tutte le parti del territorio nelle stesse condizioni per quanto riguarda il trasferimento delle informazioni, che deve essere agevole, rapido ed efficiente in ogni parte del territorio nazionale, perché la loro disponibilità rappresentano un potente fattore di crescita e la loro assenza una grave causa del persistere di condizioni di sottosviluppo.

Le risorse ambientali: energia, acqua, aria, verde, suolo

 

A livello nazionale e regionale è indispensabile porre in essere politiche di impiego oculato delle risorse ambientali, che sono limitate e in taluni casi soggette a pericolosi processi di erosione.

Lo spostamento verso il più intensivo utilizzo delle risorse energetiche di tipo  rinnovabile (solare, fotovoltaico, eolico, idrico, geotermico, biomasse), la ricerca di livelli quanto più elevati di autosufficienza energetica, il ricorso a processi di utilizzo di risorse  con un basso tasso di emissioni solide, radioattive, atmosferiche, liquide, rappresentano le linee di intervento da seguire e che non costituiscono purtroppo un orientamento acquisito generalmente. A fronte di interventi dal lato dell’offerta, si devono porre politiche efficaci di contenimento dei consumi familiari e produttivi.

Sull’impegno territoriale per la produzione e la distribuzione di tali risorse deve essere chiaro che costi e benefici devono essere equamente distribuiti. Non è accettabile che grandi impianti di raffinazione di prodotti petroliferi o grandi centrali idroelettriche inquinino l’ambiente o prosciughino i corsi d’acqua o devastino il paesaggio in talune regioni e le produzioni vengano utilizzate in gran parte nelle regioni contermini  o a livello nazionale o, peggio, internazionale. Le comunità locali devono giovarsi o direttamente, attraverso trattamenti tariffari specifici, o indirettamente attraverso una compartecipazione al gettito delle accise dei loro enti esponenziali, di tali risorse.

Le risorse idriche devono essere gestite tenendo conto della tendenziale diminuzione delle precipitazioni, dell’aumento dei consumi e di esigenze di qualità.  A queste esigenze si deve rispondere con la attivazione di misure dirette alla conservazione e  riciclo delle risorse idriche da precipitazione (pioggia, neve), a livello di abitazioni e di stabilimenti, al contenimento dei consumi, alla realizzazione di un grande programma diretto alla depurazione delle acque reflue.

Le risorse atmosferiche devono essere protette da processi di inquinamento di varia natura, dalla realizzazione di reti di distribuzione elettrica interrate e possibilmente collegate alle reti di trasporto (autostrade, ecc) e monitorate da una efficace rete di controllo affidata agli enti locali intermedi.

Le risorse paesaggistiche e quelle agricole legate soprattutto agli spazi verdi devono essere protette dai continui processi di erosione legate alle espansioni dei centri abitati che tendono a  estendersi anche dove la popolazione non è in crescita o dalla realizzazione di grandi opere infrastrutturali che rispondono alle richieste delle imprese di costruzione e non a comprovate esigenze di sviluppo. La protezione deve riguardare anche le modalità di estrazione di materiali da costruzione e più in generale di materie prime, per le quali devono essere privilegiate le operazioni di manutenzione del territorio, con il recupero di inerti da attività di manutenzione degli alvei fluviali, di riciclo dei materiali da costruzione, di escavazione solo in siti di scarso valore ambientale, che comunque devono essere sottoposti ad operazioni di rinaturalizzazione.

Le risorse del suolo devono essere tutelate nella loro qualità da rigorose politiche relative alla produzione, raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani e industriali. Tali politiche devono essere fondate su due principi fondamentali: da un lato il principio del contenimento dei livelli di produzione dei residui dei processi di consumo familiare e di trasformazione industriale (principio del risparmio); dall’altro il principio secondo il quale i rifiuti devono essere considerati alla stregua di materie prime da riutilizzarsi per dare luogo a nuove produzioni (principio del riciclo). Tali politiche devono incidere in prima istanza dal lato dei livelli di generazione dei residui dei processi di consumo e di produzione, che devono essere contenuti spingendo verso azioni di risparmio e di recupero nell’ambito delle famiglie, e di controllo delle confezioni e di generalizzazione dell’uso di materiali biodegradabili nel settore manifatturiero e distributivo. In una seconda fase, si deve attribuire ai produttori di rifiuti (famiglie e imprese) la responsabilità di selezionare i rifiuti  per tipologie di riciclo, in modo da facilitare le operazioni di raccolta, di avvio agli impianti di trasformazione, di smaltimento delle quantità non economicamente o tecnicamente riciclabili.

Le organizzazioni di raccolta, trattamento e smaltimento devono essere realizzate nella logica dell’autosufficienza di ambiti spazialmente determinati, al fine di evitare le operazioni di trasporto a lunga gittata, di scaricare su altri ambiti i costi ambientali dello smaltimento, di rendere meno pesanti i rischi di crisi ambientali derivanti dalla assenza di adeguate strutture di smaltimento entro gli ambiti locali.

 

Le politiche tributarie

 

Le politiche fiscali devono essere radicalmente riformate, sulla base di tre fondamentali principi: la difesa dei nuclei familiari, l’autonomia finanziaria dei territori, la semplificazione dei processi.

Il primo obiettivo si persegue attraverso il principio che i trasferimenti di patrimoni all’interno dello stesso nucleo familiare  per successione o donazione non devono essere oggetto di imposizione. Va premiato il risparmio, la continuità della famiglia, gli sforzi dei singoli per valorizzare e migliorare il risultato della propria vita lavorativa. L’abolizione dell’imposta di successione e di donazione all’interno di un complesso familiare deve essere un punto irrinunciabile di un programma diretto a favorire le famiglie. Un altro punto fondamentale deve essere quello legato alla necessità di commisurare in modo efficace il carico tributario al numero di componenti del nucleo familiare.

A questo intervento se ne devono aggiungere altri sulla detassazione totale o parziale delle erogazioni liberali disposte a favore di istituzioni formative, scientifiche, culturali, assistenziali e religiose, o sugli interventi direttamente disposti ed eseguiti dai contribuenti per fini socialmente utili, quali il restauro di beni culturali, e la ristrutturazione delle abitazioni per aumentare il livello del risparmio energetico, in modo da favorire l’afflusso di risorse private liberamente decise a favore di istituzioni o usi ad alto valore sociale. La via delle erogazioni liberali è uno strumento fondamentale per perseguire fini socialmente utili e dare valore alle libere scelte dei singoli e delle famiglie.

Il secondo obiettivo si persegue garantendo alle articolazioni locali della pubblica amministrazione (regioni, province, comuni) il finanziamento delle loro attività attraverso entrate certe che derivino da quote prefissate di partecipazione al gettito delle imposte sui redditi, sui consumi e sulla produzione. Come avviene in altri sistemi, tutti i livelli di governo devono conoscere in anticipo (a parte le oscillazioni delle grandezze economiche di riferimento) l’entità delle risorse di cui disporranno nel breve e medio periodo. Tale principio deve valore per tutti i livelli di governo (regioni, province, regioni), sottraendo i livelli inferiori alle annuali laboriose e talora umilianti negoziazioni con i livelli superiori. Naturalmente questi ultimi dovranno accantonare   fondi per interventi perequativi, legati ai diversi livelli di sviluppo dei singoli territori. Un vero federalismo fiscale si realizza attraverso la garanzia che ogni livello di governo locale possa vedersi assicurato un livello certo di risorse.

Il terzo obiettivo si persegue attraverso una riforma di fondamentale importanza e che certamente urta contro una impostazione ideologica fortemente radicata, storicamente affermata dall’egualitarismo di sinistra e, purtroppo, costituzionalmente garantita: l’abolizione della progressività delle imposte. La necessità di ricostruire l’imponibile attraverso l’aggregazione di spezzoni diversi di reddito per applicare aliquote crescenti al reddito totale ha comportato la costruzione di un gigantesco apparato di controllo sia tributario, sia amministrativo, sia professionale. L’introduzione di una imposta secca su ogni reddito, come ora è per gli interessi bancari, semplificherebbe enormemente il sistema. L’esigenza di differenziare l’imposizione sulla base dei livelli di vita può rovesciarsi sulla imposizione indiretta per tipologia di consumo. Si tratta di una innovazione radicale che deve passare, purtroppo, attraverso una revisione costituzionale. In attesa, si deve ricorrere ad una radicale revisione del sistema delle aliquote.

Per venire incontro alle esigenze di sviluppo di aree svantaggiate, vanno introdotte adeguate misure di “fiscalità di vantaggio”, che tengano conto delle necessità delle aree meno utilizzate, delle aree montane e di quelle confinarie esposte ai regimi concorrenziali dei sistemi economici confinanti, che con  aliquote di imposizione sui redditi e sui consumi più contenute creano notevoli difficoltà alla tenuta delle imprese.

Le politiche retributive

 

Il problema fondamentale del nostro sistema è quello di elevare i livelli medi delle retribuzioni da lavoro, il che può realizzarsi da un lato facendo crescere la produttività del lavoro e allo stesso tempo abbassando l’incidenza del lavoro sul valore del prodotto, e dall’altro riorganizzando radicalmente  le organizzazioni previdenziali in modo da ridurre i costi da amministrazione.

Ritornare a vecchi istituti come le gabbie salariali non ha senso, perché già la contrattazione territoriale e aziendale finisce per tener conto dei differenziali spaziali del potere di acquisto della moneta. Nei casi in cui questo non si verificasse, un orientamento di questo genere, se applicato  concretamente, avrebbe gravi inconvenienti. Se la proposta si traducesse in un adeguamento dei salari percepiti nelle grandi aree industriali ai relativi  costi della vita, ne deriverebbe una crescita dei prezzi che renderebbe meno competitivi i prodotti offerti in tali aree. Se venisse applicata alle aree con livelli di vita più bassi, la proposta sarebbe politicamente improponibile per l’impossibilità di prefigurare e ottenere un abbassamento dei vigenti livelli salariali. Certo è che in prospettiva nelle grandi stagioni contrattuali si dovrà tenere meglio conto dei differenziali territoriali del potere d’acquisto, il che richiederà la disponibilità di adeguati strumenti di misurazione statistica che consentano di rilevare non solo le dinamiche temporali dei prezzi, ma anche la loro variabilità spaziale, che non può attualmente essere misurata in  modo adeguato dagli organismi statistici ufficiali.

L’attivazione di processi di crescita  endogeni: le aree sottoutilizzate

 

Uno dei problemi centrali della nostra economia è costituito dal persistere di gravi condizioni di divario tra Nord e Sud da un lato, nonché delle difficoltà strutturali legate alle condizioni morfologiche del territorio nazionale, dall’altro. Gli squilibri tra Italia centro-settentrionale e Mezzogiorno dipendono da fattori storici, culturali, sociali che sono ben noti e che possono e devono essere superati con una nuova politica di sviluppo. All’interno di tali grandi aree vi sono differenziali di livelli economici legati alla condizioni fisiche dei territori, che possono essere superati solo con l’adozione di misure permanenti atte a tener conto strutturalmente dei costi che famiglie e imprese devono sostenere per il solo fatto di essere insediate in territori svantaggiati dall’altimetria e dalla carenza di spazi utilizzabili (aree alpine e appenniniche).

Una politica del Mezzogiorno deve prendere atto che le strade finora percorse dal dopoguerra ad oggi, pure importanti, non sono state sufficienti a colmare i divari economici e sociali tra  Nord e Sud. La politica delle grandi opere pubbliche dirette ad incidere sulle carenze infrastrutturali che indeboliscono le possibilità di movimentazione di persone e cose (viabilità, portualità, areoportualità), o sulle condizioni di vita delle popolazioni (strutture sanitarie, scolastiche universitarie), o sul trasferimento di risorse di base legate a strutture distributive a rete (acqua, elettricità, gas), gli interventi operati dall’industria pubblica diretti a costituire importanti poli produttivi nel settore dell’industria pesante (siderurgia, chimica, raffinazione), l’attivazione di  strumenti di incentivazione alle imprese, attraverso le varie forme di intervento dirette ad incidere sul costo del denaro, sulla patrimonializzazione, sul costo del lavoro, rappresentano altrettante linee di intervento che hanno avuto importanza ed hanno generato  processi di sviluppo locale in talune  aree,  che però rimangono limitate, non producendo tendenze generalizzate alla crescita e al riequilibrio rispetto alle economie del centro-nord.

 

Gli strumenti finora adottati, sia pure tra difficoltà, e impostazioni di fondo inaccettabili, come la concezione di un Sud che dovrebbe concentrarsi sulla valorizzazione delle proprie risorse specifiche di grandi potenzialità, come le produzioni agroalimentari e la fruizione del tempo libero, hanno tutti contenuti importanti di validità, ma non hanno conseguito il successo da una parte perché non utilizzati  fino in fondo, a causa delle resistenze dell’industria settentrionale e dei condizionamenti politici locali che spesso hanno orientato le azioni verso obiettivi privi di giustificazioni economiche, e dall’altro perché non incidevano sulle ragioni di fondo del sottosviluppo meridionale, da individuarsi in una generalizzata presenza di “diseconomie esterne” che non sono solo la carenza di infrastrutture fisiche.

Il problema fondamentale da affrontare è quello di  atteggiamenti culturali e di comportamenti sociali che non  favoriscono l’emergere di processi di sviluppo endogeno, che nascano dall’impegno diretto di capacità imprenditoriali che si affermino all’interno della società meridionale. Bisogna rompere l’atteggiamento riguardante l’attesa di interventi dall’esterno, siano essi pubblici o imprenditoriali, che alla fine si traducono in aspirazioni assistenzialistiche, in processi clientelari, in  dispersione di risorse, o in trasferimenti di capitali che orientati al Sud riaffluiscano al Nord attraverso il gioco degli approvvigionamenti di beni di investimento e dall’acquisizione dei fattori della produzione. E tale problema fondamentale va superato attraverso un grande sforzo per  affermare tre linee di atteggiamento culturale: la cultura della legalità, la cultura dell’intraprendere, la cultura della qualità. Da diffondere e radicare attraverso le istituzioni scolastiche, le agenzie di socializzazione, la rete delle realtà associative.

Non si può garantire lo sviluppo produttivo di un’area se non  si riesce a generare una classe imprenditoriale locale, che sappia sfruttare al meglio le risorse locali e le opportunità economiche, utilizzando le occasioni che l’intervento pubblico può offrire attraverso un quadro coerente di legalità ed un insieme mirato di incentivazioni. Bisogna rompere l’orientamento all’impiego pubblico, diffondere una cultura orientata al rischio imprenditoriale, formare competenze tecniche locali, garantire un quadro certo di imposizione fiscale sulla produzione, rompendo forme illegali di tassazione da un lato e garantendo il rigoroso rispetto delle norme tributarie dall’altro, rendere efficienti le amministrazioni pubbliche con un impegno alla semplificazione delle procedure da un lato e della formazione di una classe di operatori delle pubblica amministrazione preparata ed efficiente dall’altro.

Ma è soprattutto necessario diffondere una cultura dell’impresa. Realizzare scuole di formazione per imprenditori e manager, rafforzare la rete degli istituti tecnici industriali, rendere obbligatori in tutti i corsi di laurea moduli di cultura d’impresa e di informatica. Il tutto per rafforzare una cultura che favorisca l’impegno nelle attività produttive, la formazione di quadri, dirigenti o imprenditori. Ma soprattutto costituire in tutte le aree Agenzie per la promozione dello sviluppo, che si muovano nella direzione dell’assistenza aziendale e dell’animazione economica, in modo da individuare e sostenere nuove energie imprenditoriali.

Solo dalla crescita di una nuova classe imprenditoriale locale, da formarsi attraverso l’animazione, la motivazione e l’assistenza a nuove leve reclutate tra i giovani, tra i lavoratori delle aziende in difficoltà, tra le piccole imprese artigiane, può scaturire  la garanzia di uno sviluppo autonomo, fondato in particolare sull’autoimpiego e sull’autoimprenditorialità.

Si tratta di una grande operazione di sviluppo, che deve essere gestito dalle autonomie regionali, opportunamente coordinate a livello sovraregionale.

L’abbattimento dei costi insediativi differenziali nelle aree svantaggiate

 

Gli orientamenti indicati per le  aree sottoutilizzate del Sud valgono anche per le aree in difficoltà del centro nord. Per larghe fasce di tali territori si registrano difficoltà strutturali che nascono dai costi più elevati che rendono più costosi gli insediamenti produttivi o le condizioni di vita delle popolazioni che per ragioni sociali, familiari e altro  hanno compiuto la scelta di continuare a vivere in ambiti che, se di grande interesse dal punto di vista ambientale, presentano notevoli svantaggi in termini di costi energetici, di dispersione degli insediamenti, di distanze da percorrere per accedere ai servizi alle famiglie o al posto di lavoro.

Il problema si risolve solo con interventi sistematici di abbattimento dei costi differenziali, in modo da porre sullo stesso piano chi risiede in aree svantaggiate dal punto di vista naturale e chi risiede in nelle rimanenti parti del territorio. Se si vuole impedire l’invecchiamento e lo spopolamento delle aree montane, con i gravi inconvenienti che la desertificazione possa generare  per il resto del territorio, è indispensabile garantire una rigorosa equiparazione di tutte le parti del paese, attraverso appropriate  e coraggiose politiche tariffarie e fiscali.

 

L’economia delle differenziazioni culturali

 

L’Italia è costituita da un insieme di regioni dalle profonde differenze culturali e comprende al suo interno importanti minoranze linguistiche. Si tratta di elementi di coesione, di omogeneità interna rispetto a specifici ambiti territoriali e sociali, di fattori di differenziazione che creano interessanti situazioni di pluralismo culturale e predisposizione al rapporto con altre culture e lingue. Il valore economico delle minoranze linguistiche e delle differenze regionali giustifica interventi a favore della loro valorizzazione. Ciò è evidente nelle regioni a statuto speciale, caratterizzate da maggioranze linguistiche che non sono omogenee alla cultura italiana tradizionale, ma che sono più vicine alle culture di stati vicini (francese della Val d’Aosta, tedesco nell’Alto Adige, sloveno del Friuli Venezia Giulia), o da maggioranze che non trovano riscontro nelle condizioni linguistiche di altri paesi (sardo in Sardegna, friulano in Friuli Venezia Giulia,  ladino del Trentino-Alto Adige) o che sono caratterizzate da una grande tradizione culturale e letteraria, come la Sicilia. Inoltre in tutte le regioni a statuto ordinario, con l’eccezione della Lombardia, dell’Emilia-Romagna, delle Marche, della Toscana, dell’Umbria, del Lazio e della Campania, vi sono significative minoranze linguistiche che hanno riferimenti con le nazionalità dell’altra sponda dell’Adriatico.

In una prospettiva autonomista va apprezzato il valore economico di tali differenziazioni culturali e sostenuta una politica di sostegno e valorizzazione, intesa come investimenti in cultura, in coesione, in differenziazione e in attrattività.

L’economia sociale di mercato

 

Chi crede nei principi dell’autonomismo  non può che identificarsi con i principi dell’economia sociale di mercato. I principi della libera impresa, che però si muova all’interno di un quadro di regole ben definito, orientate ad impedire che i fattori di concentrazione e di polarizzazione in uno o pochi centri economici si traducano in un  drenaggio di risorse  e nella generazione di forti legami di dipendenza e indeboliscano le capacità di autodeterminazione dei singoli territori, rappresentano un elemento determinante di una concezione autonomista dell’assetto sociale ed istituzionale delle regioni e dei territori che formano l’Italia. Modelli di gestione centralistica, dirigista, pianificata, del sistema economico si traducono in modelli politici ed amministrativi di irreggimentazione del sistema, che vanno assolutamente respinti, proprio per le conseguenze che ne derivano per l’autogoverno e l’autoamministrazione delle singole comunità che formano il Paese.

Economia di mercato significa che malgrado le imperfezioni dei processi di formazione dei prezzi e di allocazione delle risorse produttive, i sistemi competitivi rappresentano il più sicuro strumento per la definizione delle esigenze dei consumatori e per l’orientamento delle scelte delle imprese verso tali esigenze, con un uso delle risorse quanto più possibile orientato alle domande del mercato. Significa pluralismo economico, che è la necessaria base per il pluralismo politico.

Economia sociale viene intesa nel senso che un adeguato quadro di regole e una appropriata azione della pubblica amministrazione deve impedire che da un lato si formino concentrazioni monopolistiche che finiscono per negare le condizioni della libertà economica, e che si creino danni ai processi di accumulazione del risparmio, e che dall’altro si generino pesanti squilibri sociali a danno dei segmenti più deboli della comunità.

Economia sociale significa anche che l’impresa non sia considerata soltanto come una struttura gerarchica e piramidale, ma come una comunità di manager, di quadri e di dipendenti che perseguono un interesse comune e che quindi devono essere tutti in qualche modo essere motivati, informati e coinvolti nelle scelte aziendali. Tale obiettivo si persegue in diverse forme, una delle quali viene indicata dalla esperienza tedesca di cogestione e di partecipazione agli utili. In una prospettiva autonomista sono queste le strade che devono essere imboccate.

Udine 10 ottobre 2010

Documento per un Programma economico del Movimento autonomista

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L’autonomismo nelle regioni settentrionali

in Documenti Autonomisti

Premessa

Riteniamo che l’autonomismo abbia buone possibilità di espansione nelle regioni dell’Italia settentrionale, malgrado la importante presenza leghista.

Diamo alcuni elementi per verificare regione per regione la situazione politica e sociale che potrebbe offrire un fertile terreno per la affermazione di una azione autonomista.

La situazione nelle singole regioni

Valle d’Aosta
Regione a Statuto speciale che ha conquistato tale status in forza della presenza di una compatta minoranza linguistica francofona, che si è giovata costantemente della presenza, al di là dello spartiacque, di una potenza europea del’importanza della Francia. Dalla sua costituzione è governata con coalizioni varie guidate dal maggiore partito della minoranza, l’Union Valdotaine. Attualmente la Regione è governata da una coalizione interamente autonomista, che comprende l�~Union Valdotaine, Stella Alpina e Federazione autonomista. Alle regionali del 2008 l’Union Valdotaine ha ottenuto il 44,39 % dei voti, la Federazione Autonomista il 6,17%, e la Stella Alpina l’11,39%. Il Consiglio Regionale è composto da 17 consiglieri dell’UV, da 4 della Stella Alpina e da 2 della Federazione autonomista. Gli autonomisti di sinistra del VDA e i partiti italiani costituiti dal PDL e dal PD sono all’opposizione. La Lega non è rappresentata. I principali gruppi autonomisti sono costituiti dall’Union Valdotaine (www.unionvaldotaine.it), dalla Federation Autonomiste (www.federation_autonomiste.it), dalla Stella Alpina (www.stellalpina.org) di centro o di centro destra, cui si aggiunge l’ALPE di centrosinistra (www.alpevda.eu).
Il mondo autonomista locale è tutto compreso nelle formazioni politiche di lingua francese, caratterizzate da un forte impianto territoriale, e sostenute anche da un proprio sindacato, il Syndicat Autonome des Travailleurs Valdotains (www.savt.org) e da un’organizzazione culturale come il Foyer valdotain (www.foyervaldotain.it) per cui scarsi spazi rimangono a disposizione per altre forze autonomistiche. Ciò che può farsi è l’avvio di accordi federativi che si fondino su due punti fondamentali: la difesa dell’autonomia speciale e la tutela e valorizzazione della minoranza linguistica francofona. In nome della difesa della specialità, che lega la Val d’Aosta alle altre regioni a statuto speciale, accordi di collaborazione vanno avviati con l’UV ed eventuali accordi federativi con le formazioni autonomiste minori di centro e centro destra.

Piemonte
Ragione a statuto ordinario ove dato il ruolo assunto nel processo di unificazione dell’Italia le tendenze secessioniste della Lega hanno scarse possibilità di affermarsi e la conquista della Presidenza da parte di un esponente leghista è dipeso solo da accordi di vertice nell’ambito del centro destra. Attualmente il centro destra costituito dal PdL e dalla Lega governa la Regione.Nelle ultime elezioni regionali del 2010 il PdL ha conquistato il 25,05 % dei voti, e la Lega il 16,74%, mentre nelle Europee del 2009 il PdL ha ottenuto il 32,41% e la Lega il 15,69%.
Alle Regionali le forze autonomiste hanno raccolto complessivamente il 1,33% (Piemonte Si, Lega Padana, Grilli parlanti dell’ex leghista Rabellino), mentre l’MPA non si è presentato.
Alle Europee Autonomia ha raccolto lo 0,79% cui si aggiunge il 0,58% delle liste valdostane, per un totale autonomista dell’1,37 che deve essere depurato dell’apporto della Destra.
Alle Provinciali del 2009 il MPA si è presentato ad Alessandria con lo 0,48%, a Novara con lo 0,43% e a Torino con lo 0,22%. La Lega Padana si è presentata a Torino con l’1,02% e a Biella con due liste autonomiste locali sostenitrice di uno speciale statuto d’autonomia provinciale, conseguendo complessivamente il 2,64% dei voti.
Malgrado ciò non emerga dai risultati elettorali il potenziale autonomista del Piemonte potrebbe essere consistente, se si considerano i seguenti aspetti. In Piemonte è diffuso un forte attaccamento alle comunità e alle tradizioni locali, che si unisce allo stesso tempo alla coscienza del ruolo che il Piemonte sabaudo ebbe nel processo di unificazione italiana, il che spiega le difficoltà con cui le parole d’ordine secessionista riescono ad essere accolte in tale regione. Un secondo aspetto da considerare è la presenza nelle parti montuose delle province di Cuneo e di Torino di una consistente minoranza linguistica, quella occitana, che sta dimostrando i segni di un notevole risveglio.
Esistono alcune organizzazioni autonomiste, tra le quali merita citare quella animata da un ex deputato leghista ora portavoce l’on. Guido Rossi, il Movimento regionalista – Movimento politico delle terre e delle genti del Piemonte (www.movimentoregionalista.org), che gestisce un sito assai ben fatto.
Una forte azione di rivalutazione delle tradizioni storiche piemontesi unite alla valorizzazione della minoranza linguistica occitana, con il richiamo al positivo esempio dell’autonomia valdostana, può rappresentare la linea di fondo per l’affermazione di un movimento autonomista di grande impegno verso la tradizione storica piemontese, contro i richiami secessionisti della Lega.

Lombardia
Regione a Statuto ordinario che ha visto nascere le principali forze politiche di centro destra, Forza Italia da un lato e la Lega dall’altro. Alle ultime regionali il PdL ha conseguito il 31,79% dei voti, contro il 26,21% della Lega, cui si aggiunge la Destra con lo 0,16% dei voti.
Alle Regionali del 2010 nessuna forza autonomista ha presentato proprie liste.
Alle Europee del 2009 si sono presentate solo Autonomia (comprensiva della Destra) con lo 0,88% e le due liste valdostane con lo 0,23% , per un totale di 1,11%.
Alle Provinciali del 2009 il MPA si è presentato solo nelle Provincie di Brescia (0,17%), di Milano (0,23%) e di Lecco (0,72%). Si sono presentate altresì alcune liste autonomiste per lo più costituite da personale politico fuoriuscito dalla Lega: la Lega Padana Lombardia a Brescia (2,89%), la Lega Alpina Lumbarda a Brescia (0,54%) e a Cremona (0,91%), la Lega Lombardo Veneta a Brescia (1,02%), a Milano (1,14%), a Lecco (1,62%) e a Monza (1,64%), e infine Lombardia Autonoma a Milano (0,36%) e a Monza (0,45%). Tra le forze autonomiste la più significativa sembra essere costituita dalla Lega Lombardo Veneta, che supera ovunque il 1,0%, mentre la provincia ove sembra più consistente il movimento autonomista sembra essere quella di Brescia dove le varie formazioni conseguono poco meno del 5,0%.
Le principali organizzazioni autonomiste sono il Fronte Indipendentista Lombardia (www.frontelombardia.net), la Lega Lombardo Veneta (www.legalombardoveneta.it).
In Lombardia si è assistito negli ultimi anni ad un continuo processo di esodo di quadri leghisti insofferenti della disciplina di tipo militare che caratterizza quel movimento. A questo si unisce una crescente scoperta dei valori e del patrimonio culturale locale che andrebbero valorizzati con forza contro i processi di livellamento e di omologazione in atto emersi con particolare evidenza a seguito dei flussi immigratori e della spinta verso l’affermazione di una cultura efficientista e ostile alle alle identità locali. A tale linea programmatica andrebbero fatti emergere forti elementi di caratterizzazione in politiche a sostegno della piccola e media impresa.

Veneto
Regione a Statuto ordinario che ha visto nascere un nucleo indipendentista che poi confluirà con la Lega Lombarda per costituire la Lega Nord. E’ in questa regione che avviene nel 2010 il sorpasso nei confronti del PdL e che a pieno titolo esprime il primo Presidente leghista. Alle ultime regionali del 2010 la Lega raggiunge il 35,16% contro il 24,74 del PdL.
Alle Regionali del 2010 si presentano quattro liste autonomiste, la Liga Veneto Autonoma (0,20%), Unione-Nord Est (1,55%), Veneti Indipendensa (0,35%), Partito Nasional Veneto (0,28%), per un totale del 2,38%. In Unione Nord Est viene rieletto il consigliere iuscente del PNE Foggiato.
Alle Europee del 2009 l’unica lista autonomista è quella di Autonomia che raccoglie lo 0,61% cui si aggiunge la Südtiroler Volkspartei che ottiene 0,16%.
Alle Provinciali del 2009 si assiste alla presentazione di numerose liste autonomiste o indipendentiste. Il Progetto Nord Est del compianto Panto si presenta in tutte le province, ottenendo l’1,37% a Belluno e mediamente lo 0,5% nelle altre province. Si presenta ovunque anche la Liga Veneta ottenendo un massimo del 1,60% a Padova e mediamente lo 0,80% altrove. La Lega Lombardo Veneta si presenta a Verona (1,07%) e a Venezia (1,09%). L’Unione Nord Est si presenta solo a Verona ottenendo l’1,81%. In media le varie formazioni autonomiste ottengono circa il 4%.
Va osservato che i due gruppi Unione Nord Est (www.unionenordest.it) e Progetto Nord Est (www.progettonordest.org) presentano come punto fondamentale del loro programma la costituzione di una unica regione del Nord Est: più radicale l’UNE che prevede una unica macroregione, più flessibile il PNE che ammette anche un coordinamento delle tre regioni del Nord. Est. Gli altri gruppi nascono al contrario da processi di scissione dalla Lega Nord. Vanno citati La Liga Veneta Repubblica (www.ligavenetarepubblica.org), il Partito Nasional Veneto (www.pnveneto.org), il Partito del Popolo Veneto (www.venetie.in)
Vanno emergendo nel corpo della società veneta forti spinte identitarie che in qualche modo si riallacciano alla grande tradizione della Repubblica di Venezia e un forte senso di identificazione nel tessuto di medie e piccole imprese che hanno costituito la base portante dello sviluppo dell’economia veneta negli ultimi decenni. Va altresì sottolineata la presenza di due minoranze linguistiche, quella dei ladini dolomitici della Provincia di Belluno, ove si manifestano forti tendenze a forme di autonomia provinciale o verso il trasferimento di tutta o di parte della provincia verso la Provincia Autonoma di Trento o verso la Regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, e quella della minoranza linguistica friulana del Portogruarese che tende al passaggio alla Provincia di Pordenone, per ricomporre l’unità della Diocesi di Pordenone-Concordia
Una forte azione autonomista deve fondarsi sulla autonomia del Veneto, sulla valorizzazione delle minoranze linguistiche non venete e sulla liberazione dai legami politici ed economici dalla Lombardia, sostenuti sia dal leghismo di Bossi che dalla destra berlusconiana.

Liguria
Regione a statuto ordinario riconquistata nelle regionali del 2010 dalla sinistra. In tale regione il peso del PdL si aggira intorno al 30% mentre la Lega non riesce a sfondare, rimanendo stabilmente intorno al 10%.
Alle Regionali del 2010 non viene presentata alcuna lista autonomista.
Alle Europee del 2009 la lista Autonomia raccoglie lo 0,58% dei voti. A Questi possono aggiungersi lo 0,31% delle due liste valdostane.
Alle Provinciali del 2009 riguardanti Savona non vengono presentate liste autonomiste. In quelle del 2007 a Genova si presenta il Movimento Indipendentista Ligure (MIL) che consegue lo 0,50% di voti.
In Liguria la presa della sinistra sembra ancora forte e nel breve non facilmente scalfibile dal centro destra. La Lega ha aumentato negli ultimi anni i propri consensi, che sembrano comunque non determinanti.
La tradizione storica della Repubblica marinara conserva ancora qualche presa, tanto da favorire la costituzione del Movimento Indipendentista Ligure (www.mil2002.org), che comunque non sembra in grado di raccogliere consensi di qualche importanza.

Emilia
La regione a statuto ordinario è stata riconquistata dalla sinistra nelle regionali del 2010. In tale regione il PdL ha raggiunto appena il 24,56% dei voti, mentre la Lega ha dimostrato una dinamica espansiva, ma senza raggiungere livelli tali da consentire al centro destra di strappare alla sinistra la Regione: il 13,68%.
Alle Regionali del 2010 non viene presentata alcuna lista autonomista.
Alle Europee del 2009 la lista Autonomia raccoglie lo 0,57% di voti, come in Liguria, e la SVP lo 0,09%.
Alle Provinciali del 2009 l’MPA presenta proprie liste a Bologna (0,64%) e a Ferrara (0,35%)
In Emilia il predominio della sinistra presenta alcuni elementi di criticità ma comunque sembra reggere.
Nella Regione non risultano operare movimenti autonomisti, se si esclude la Romagna dove opera un Movimento per l’Autonomia della Romagna-MAR (www.regioneromagna.org), che si batte per il distacco della Romagna dall’Emilia, e quindi per un fine circoscritto e tendenzialmente contrapposto al resto della Regione.
Anche in questa Regione vi sono sensibilità e interessi verso le esperienze storiche attraverso cui l’Emilia e la Romagna sono passate. Le tradizioni storiche e culturali, il ricordo dei vecchi Ducati preunitari ed altri aspetti culturali potrebbero alimentare un movimento autonomista locale.

Trentino
La provincia autonoma di Trento è dominata dalla figura del Presidente Dellai proveniente dalla esperienza della Democrazia Cristiana. Il Trentino è animato da una concezione profondamente autonomista che nasce da una cultura legata alle piccole comunità di valle, all’ispirazione cristiana e sociale, dalla lunga appartenenza al mondo asburgico, a dalla tradizione di convivenza con i tedeschi del Sudtirolo. Alle ultime elezioni provinciali del 2008 il PdL ha ottenuto il 12,27% dei voti, contro una Lega che raggiunge il 14,07%.
Alle Provinciali del 2008 si presentano con il centrosinistra guidato da Dellai l’Unione per il Trentino (17,90%), il Partito autonomista trentino Tirolese-Patt (8,52%), l’Unione Autonomista Ladina – UAL (1,17%) , Leali al Trentino (2,35%), mentre con il centro destra si presentano Autonomia-Valli Unite (2,13%), Fassa (0,61%), Autonomisti Popolari (0,29%). Gli Autonomisti in totale raccolgono il consenso del 32,97 % .
Alle Europee del 2009 gli autonomisti si disperdono sulle liste nazionali (e infatti il PdL passa dal 12,27% delle provinciali al 26,29% , mentre la Lega rimane stabile. Gli autonomisti si riducono alla lista Autonomia (1,27%) e a quella della SVP (6,10%)
Il Trentino è caratterizzato dalla presenza di due forze tradizionali, costituite dal Partito autonomista trentino-tirolese-PATT (www.patt.tn.it) e dall’Unione Autonomista Ladina (www.movimentual.it). Ad ogni elezione provinciale emergono altre liste che si ricollegano all’autonomismo e che talvolta ottengono discreti successi. Con queste forze andrebbero allacciati rapporti di collaborazione e possibilmente di tipo federalistico.

Sudtirolo
La provincia autonoma di Bolzano è caratterizzata dalla dimensione etnica che condiziona fortemente i comportamenti politici e le strutture istituzionali di tale provincia. Il panorama politico è dominato dal partito di raccolta SVP di ispirazione moderata e aderente al Partito Popolare Europeo e dagli altri partiti di espressione tedesca che si pongono alla sua destra e che governano in modo stabile e permanente la Provincia.. Nelle ultime elezioni europee il PdL ha ottenuto il 12,8% e la Lega appena il 4,8%, contro la maggioranza assoluta che la SVP ottiene costantemente.
Alle provinciali del 2008 la SVP (48,1%) ha dovuto subire la concorrenza a destra dei Freiheitliche (14,3%), della Union für Südtirol (2,3%), della Südtirol-Freiheit (4,9%), cui si aggiunge la lista ladina Ladins Dolomites (1,1%). Nel complesso le formazioni etnico-autonomiste raggiungono il 71,9%.
Alle europee del 2009 si è verificata una notevole dispersione dell’elettorato autonomista, che ha evidentemente seguito il principio del voto utile e si è orientato verso temi di carattere più generale. L’unica lista autonomista che si è presentata oltre alla SVP (52,1%) è stata Autonomia, che ha raccolto appena lo 0,3%.
Le principali formazioni autonomiste sono costituite dalla Südtirolervolkspartei (www.svpartei.org), dai Die Freiheitlichen (www.die-freiheitlichen.com), dalla Südtitoler Freiheit (www.suedtiroler-freiheit.com), dalla Union fur Südtirol.(www.unionfs.com), e dai Ladins Dolomites (www.ladins.biz).
Si noti che la SVP è sostenuta da importanti organizzazioni territoriali, quali quella degli Schützen, e del Sindacato Autonomo dei Lavoratori Sudtirolesi, l’Autonomer Südtiroler Gewerkschaftsbund (www.asgb.org).
Gli spazi autonomi di un movimento autonomista che non si muova lungo linee etniche appaiono assai ristretti. Appare comunque importante attivare legami di collaborazione con i partiti etnici della minoranza tedesca e ladina al fine di garantire l’autonomia speciale della provincia e la garanzia dei diritti linguistici di tali popolazioni. La riduzione delle posizioni intransigenti nell’ambito dei due gruppi linguistici potrebbe offrire la possibilità di entrare nella minoranza linguistica italiana per la costruzione di una formazione autonomista che ponga in primo piano la difesa degli interessi economici e territoriali della Provincia, cercando di recidere i legami di dipendenza della minoranza italiana dalle centrali politiche di Milano.

Friuli Venezia Giulia

Questa regione a statuto speciale ha ottenuto il suo status di autonomia differenziata nel 1946 in forza della volontà del Friuli di staccarsi dal Veneto e della necessità di prefigurare una situazione speciale per Trieste che allora era retta dal Governo Militare Alleato sotto forma di Territorio Libero di Trieste, ma che si prevedeva dovesse nel breve o medio periodo ritornare all’Italia. L’autonomia speciale venne motivata per la sua posizione confinaria e per la presenza di importanti minoranze linguistiche, che allora venivano individuate fondamentalmente in quella slovena. Mentre le contingenze storiche sono state superate, le esigenze posta alla base di tale scelta mantengono pienamente la loro validità, ed anzi sono rafforzate dal riconoscimento della lingua friulana come tale, e non come una variante dell’italiano, non solo sul piano scientifico, ma anche sotto il profilo giuridico con l’entrata in vigore della Legge 482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche dell’Italia.
La cultura locale legata alle piccole comunità in cui è distribuita la sua popolazione, il ruolo della presenza cattolica e l’importanza della piccola proprietà contadina prima e della piccola e media impresa successivamente, ha fatto sì che la Democrazia Cristiana raccogliesse fin dal dopoguerra ampi consensi, che poi si riversarono su Forza Italia e sulla Lega. La Regione è stata ininterrottamente governata prima dalla Democrazia Cristiana e poi da coalizioni di centro destra, con alcune parentesi dopo il crollo della Prima repubblica, quando si ebbero brevi esperienze leghiste e di sinistra, e negli anni centrali del 2000, quando la Regione fu conquistata da una coalizione di sinistra guidata dall’imprenditore triestino Riccardo Illy. Attualmente è di nuovo governata da una coalizione di centro destra.
Alle ultime elezioni regionali del 2008 il PdL raccolse il 33,02% dei voti, seguito dalla Lega con il 12,93% e dall’Udc con il 6,15%. Alle Europee del 2009 si registrarono alcuni assestamenti, per cui il PdL passò al 31,85%, la Lega crebbe al livello del 17,46% e l’Udc ottenne il 6,33%. Si ebbe in sostanza un sensibile incremento del centro destra che da solo veniva a sfiorare il 50,0%.
L’andamento del voto autonomista si può descrivere come segue.
Alle regionali del 2008 gli autonomisti non riuscirono a presentare proprie liste. L’unica presenza fu quella dell’Unione Slovena, che raccoglie gli sloveni non di sinistra, e che ottennero una percentuale dell’1,24%.
Alle europee del 2009 la lista Autonomia ottenne l’1,21% dei voti, cui si aggiungeva lo 0,67% conseguito dalla SVP, risultato sorprendente se si considera che si conta una certa presenza di agricoltori di origine sudtirolese in Friuli, ma non tale da poter giustificare tale risultato.
Alle provinciali del 2008 e del 2009 gli autonomisti presentarono una lista a Udine, ottenendo l’1,91% di voti e a Pordenone con l’1,12%.
Tali risultati non esprimono il potenziale autonomista presente in Friuli, dove esiste una diffusa sensibilità versi i temi dell’autonomia, come dimostrano i sondaggi d’opinione e la considerevole adesione dei genitori all’insegnamento del friulano nelle scuole. La debolezza organizzativa degli autonomisti e la loro assenza dai mezzi di comunicazione di massa, oltre che le pratiche clientelari della Regione che con una politica di sovvenzioni molto diffusa impedisce che tali pulsioni autonomistiche possano prendere corpo.
L’autonomismo friulano è organizzato essenzialmente in tre organismi. Vi è il Comitato per l’autonomia e il rilancio del Friuli, che ha un carattere trasversale, comprendendo esponenti prevalentemente di centro e di sinistra che tuttavia sono ben convinti a non lasciarsi contare sul piano elettorale, la Associazione per l’Autonomia del Friuli “Identità e Innovazione” (www.identitaeinnovazione.it) che sviluppa un’azione di animazione culturale sui temi autonomisti e si muove per creare una rete autonomista sul territorio, e il Movimento Autonomista Friulano (movimentoautonomistafriulano.org/) che rappresenta il braccio politico dell’autonomismo e si presenta alle elezioni. Vi sono altri gruppi che rappresentano poco più che semplici sigle.
Il problema fondamentale della Regione è il suo carattere dualistico indicato dal suo stesso nome, divisa com’è tra la comunità friulana compresa nelle tre Province di Udine, Gorizia e Pordenone e la città di Trieste. Da un lato una comunità e un territorio caratterizzati da un forte senso di identità legata ad una lingua che è sentita come tale e che non è un dialetto italiano, ove si sono sviluppati impulsi significativi alla crescita economica fondata sulle attività industriali, articolata in un gran numero di piccoli centri. Dall’altro lato una grande città portuale di parlata veneta e di cultura mitteleuropea, legata ai traffici e ai servizi, colpita da gravi processi di senilizzazione demografica e di perdita di dinamismo economico. Tale dualismo va spezzato, con la separazione delle due parti, con conservazione o con la rinuncia all’unico contenitore istituzionale costituito dalla Regione, secondo il modello del Trentino Alto Adige o secondo quello dell’Abbruzzo e Molise.
I temi fondamentali su cui muoversi potrebbero essere i seguenti:

– rivalutazione coraggiosa della lingua friulana sulla base della piena applicazione degli strumenti
finanziari e gestionali previsti dalla Legge 482;

– trasferimento delle competenze dell’istruzione primaria e secondaria inferiore e superiore alle
Province, in modo da poter dare piena applicazione alle misure di introduzione della lingua
friulana, analogamente a quanto avviene con le scuole della Val d’Aosta e del Sudtirolo, e di
sviluppare programmi di insegnamento coerenti con le caratteristiche culturali ed alle esigenze del
sistema economico del luogo;

– tutela dell’Università del Friuli fortemente sottofinanziata nell’ambito del sistema universitario
Italiano;

– misure di protezione del sistema locale delle piccole e medie imprese nei confronti delle spinte
concorrenziali provenienti dalla Carinzia e dalla Slovenia fondate su regimi più favorevoli della
tassazione del reddito d’impresa;

– interventi significativi diretti ad innescare processi di innovazione di processo ma soprattutto di
prodotto nel sistema locale delle imprese;

– attuazione di interventi di sostegno alle economie della montagna, fortemente colpita da processi
di invecchiamento, spopolamento, degrado economico;

– riforma istituzionale che conduca alla costituzione della Comunità Friulana, sotto forma di regione
o di Unione di Province, e della Città di Trieste, sotto forma di entità istituzionale autonoma o di
Città metropolitana con alti gradi di autonomia.

Per quanto riguarda la situazione triestina, vanno perseguiti i seguenti obiettivi:

la costituzione della Città Metroplitana,

il recupero del Porto vecchio

la chiusura della Ferriera a la sua sostituzione con attività manifatturiere pulite

il lancio delle potenzialità turistiche della città.

L’autonomismo triestino si alimenta di consolidate tradizioni legate alla sua appartenenza secolare all’Impero austriaco e alla successiva istituzione del Territorio Libero di Trieste amministrato dal Governo Militare Alleato. La compresenza di antiche tradizioni friulane e slovene, legate all’esperienza di sbocco al mare del grande stato danubiano cui si sovrappone una cultura marinara ed emporiale legata all’uso del veneto adriatico ne fa una realtà culturale dalle caratteristiche particolari e in qualche modo uniche.
Esistono ambienti e circoli che si ispirano a qualche forma di autonomismo triestino, che in qualche caso è sfociato nell’indipendentismo. Vi è tutto un mondo che rifiuta le tendenze nazionalistiche sia italiane che slovene e apprezza le tradizioni storiche della città, per secoli porto dell’Impero. Di tali tendenze si fa interprete il Fronte Giuliano (www.frontegiuliano.it) consolidata espressione politica dell’indipendentismo triestino che ora tuttavia appare essersi trasformato in un satellite della Lega.
Aspirazioni analoghe vengono nutrite da alcuni mondi sociali culturali che nel passato hanno alimentato gli esperimenti politici della “Lista per Trieste” di Manlio Cecovini e di “Amare Trieste” di Primo Rovis..
Nuove prospettive possono aprirsi con la fuoriuscita dal PdL di una ala proveniente da An ed entrata in forte rotta di collisione con il sottosegretario finiano Roberto Menia e con il sindaco forzista di Trieste Roberto Di Piazza, e che ha condotto alla defenestrazione dell’Assessore regionale Alessia Rosolen ed alla fuoriuscita di un gruppo di consiglieri comunali di Trieste, che hanno costituito il gruppo “Un’altra Trieste” (www.unaltratrieste.it). Nuove prospettive possono aprirsi nella realtà triestina, soprattutto dopo la presentazione pubblica del movimento e di una candidatura a Sindaco di Trieste, che ha visto la presenza di oltre un migliaio di persone.
Va ancora ricordata l’organizzazione degli Sloveni di ispirazione cattolica e liberale, l’Unione Slovena-Slovenska Skupnost, che partecipa regolarmente alle elezioni regionali e locali (www.slovenskaskupnost.org).

Contenuti programmatici

La formazione di un movimento autonomista per ciascuna regione, per aggregazione in varia forma dei gruppi autonomisti esistenti o per istituzione ex novo di un nuovo movimento, richiede la definizione di alcuni punti programmatici che garantiscano un minimo di omogeneità, di differenziazione rispetto alle esistenti forze politiche di estensione nazionale e di specificazione, oltre a quelli che vanno individuati per ciascuna regione sulla base delle singole specificità.

I punti fondamentali riteniamo possano essere i seguenti:

economia sociale di mercato, nel senso del pieno riconoscimento dei processi competitivi tra le imprese in un quadro di vincoli diretti a garantire la tutela degli operatori più deboli e meccanismi di redistribuzione dei redditi; il che significa anche rivolgere la massima attenzione ai problemi della piccola e media impresa che rappresenta la base dei sistemi economici delle regioni del Nord;

– federalismo solidale, nel senso di garantire meccanismi di perequazione rispetto alle regioni
più deboli, che non si traducano in forme di assistenzialismo bensì di innesco di processi di
sviluppo attraverso forme di partenariato tra regioni forti e regioni deboli;

perseguimento dell’autosufficienza a livello di regione per quanto riguarda le fondamentali
risorse naturali e sociali, con particolare riferimento alle risorse energetiche, idriche e finanziarie, che devono essere utilizzate innanzitutto per soddisfare i fabbisogni regionali e solo in subordine i fabbisogni delle altre regioni e dell’intero paese;

priorità nei processi di reclutamento del personale del sistema scolastico e della pubblica
amministrazione e nella prestazione di servizi pubblici ai soggetti residenti in regione;

controllo dei flussi di immigrazione da paesi extracomunitari che devono essere
proporzionati alla domanda di lavoro espressa dai locali sistemi delle imprese;

rafforzamento dei livelli di autonomia regionale, mediante trasferimenti di competenze
statali che conservino allo Stato solo quelle necessariamente gestibili a livello centrale (moneta, sicurezza, difesa, esteri, infrastrutture interregionali);

devoluzione regionale, nel senso di trasferimento di tutte le competenze gestionali dalle
Regioni alle Province e ai Comuni, riservando alle Regioni solo funzioni di alta legislazione,
di rappresentanza verso l’esterno, di alta programmazione, di coordinamento e di riequilibrio;

amministrazione partecipata, nel senso di garantire l’efficace espletamento delle funzioni
amministrative ai livelli di governo in cui sia garantita la partecipazione dei cittadini alle
grandi scelte, alla formazione dei programmi, al controllo della loro attuazione e gestione;
questo significa il rifiuto delle impostazioni falsamente efficientiste che in nome della
riduzione, solo apparente, dei costi, conducono alle ricorrenti proposte di abolizione
delle Province e dei piccoli comuni;

riforma delle amministrazioni locali, con rafforzamento delle Province per le funzioni di
area vasta e accorpamento delle funzioni amministrative, non di sportello, dei comuni, al
fine di razionalizzare l’espletamento di funzioni gestionali puramente strumentali
(ragioneria, tributi, gestione personale, urbanistica) nella forma di costituzione di unioni di
comuni;

conservazione e valorizzazione del capitale sociale, inteso come insieme di valori, comportamenti, relazioni maturate nell’ambito della comunità e che ne costituiscono un valore fondamentale;

– qualificazione del capitale umano, da perseguirsi attraverso il trasferimento alle regioni o
alle province del sistema di istruzione primaria e secondaria e partecipazione della Regione
al finanziamento delle istituzioni universitarie, che devono rimanere istituzioni pubbliche
autonome e autogovernate, fattori fondamentali dello sviluppo economico e sociale locale;

tutela del capitale naturale, che deve esser gestito in modo da garantirne la conservazione e va preservato da grandi interventi infrastrutturali che non si dimostrino assolutamente necessari allo sviluppo economico;

valorizzazione del patrimonio culturale locale, dalla storia, alle tradizioni, al patrimonio architettonico, ai beni culturali della Regione;

– tutela rigorosa dei diritti delle minoranze linguistiche storiche esistenti nella Regione, con
l’introduzione della lingua locale nelle istituzioni scolastiche, nella pubblica
amministrazione, nei mezzi di comunicazione di massa nelle aree di insediamento.

Qualora tradotti in concrete azioni opportunamente comunicate questi punti sono in grado di differenziare il movimento autonomista dalle impostazioni aziendaliste ed efficientiste e quindi omologanti del berlusconismo e dal centralismo milanese della Lega.

Iniziative da intraprendere

Una efficace azione diretta a valorizzare tali potenzialità e a sviluppare il movimento delle autonomie nelle regioni settentrionali deve fondarsi sull’attivazione di una rete di rapporti con le realtà associative e rappresentative che maggiore sensibilità dimostrano nei confronti dei temi identitari e dell’acquisizione di livelli elevati nelle singole economie regionali.

Riteniamo che le difficoltà in cui è destinata a trovarsi la Lega e l’emergere di pulsioni identitarie e territoriali nelle varie regioni dell’Italia settentrionale possano portare all’aggregazione di tendenze autonomiste, il cui crescere richiede iniziative e interventi impegnativi, che si muovano lungo le seguenti direzioni:

– l’individuazione per ciascuna regione di alcuni temi forti e di specifici problemi economici,
istituzionali e infrastrutturali che siano tali da costruire un profilo forte per i gruppi
autonomisti delle singole regioni;

– il coinvolgimento e la mobilitazione di ceti dirigenti che hanno preferito finora non optare
per i tre grandi filoni in cui si divide l’opinione pubblica locale (centro sinistra, PdL, Lega):
facciamo riferimento in particolare al mondo delle liste civiche e degli amministratori locali
che hanno preferito rimanere su posizioni autonome;

– l’aggregazione dei gruppi di fuoriusciti dalla Lega e degli scontenti del PdL che in assenza
di una azione di recupero rischiano di infilare le vie senza uscita del radicalismo fine a sé
stesso, dell’indipendentismo o della dispersione;

– il coinvolgimento di strati sociali e di aggregazioni particolarmente sensibili ai temi
identitari, quali le associazioni del volontariato, gli organismi culturali, i gruppi operanti
nel settore delle tradizioni locali, le organizzazioni di valorizzazione turistica delle risorse
culturali e naturali locali

– l’allentamento della attuale identificazione del MPA con la Sicilia, che rende difficile la
penetrazione delle parole d’ordine autonomiste nell’Italia del Nord: come l’identificazione
del disegno leghista con gli interessi dei centri di potere lombardi frena l’espansione di tale
movimento in altre parti del paese, così è indispensabile accentuare la natura dell’MPA
come quello di un grande movimento nazionale, inteso come federazione di movimenti
autonomisti regionali, largamente autonomi nell’ambito delle singole regioni.

In particolare si ritiene necessario:

riprendere i contatti con coloro che hanno partecipato alla costituzione delle liste nelle recenti elezioni locali ed europee, recuperandoli e rimotivandoli;

– avviare azioni di aggregazione anche sotto forma federalistica dei gruppi provenienti dalla
Lega o dal mondo autonomista, inducendoli ad uscire da posizioni isolazionistiche;

lanciare iniziative di coinvolgimento degli amministratori comunali che non hanno voluto aderire ai partiti politici nazionali (PdL, LN, PD);

– coinvolgere il mondo delle associazioni di valorizzazione e tutela delle identità locali, quali
le associazioni che gestiscono gruppi corali, folcloristici e si occupano di culture locali o di
valorizzazione dei luoghi come le Pro-Loco.

Per un lancio dell’MPA nell’Italia del Nord questa sembra la via da intraprendere. Sono però indispensabili una riorganizzazione del Movimento, la garanzia di una sua presenza con una propria sede in ciascuna regione, una presenza sui mezzi di comunicazione di massa che dia una visibilità al Movimento che non sia quella delle vicende siciliane, negli ultimi tempi non sempre positive per l’opinione pubblica del Nord, il lancio costante a livello nazionale di messaggi validi per ogni parte del paese e non solo per il Sud, l’alimentazione di notizie e di messaggi quotidiani attraverso il sito Web, la pubblicazione di un settimanale o di un mensile da sostenersi con le risorse per la stampa di partito previste dalla legge, e che consente anche a forze politiche di consistenza risibile la pubblicazione di organi di stampa addirittura quotidiani.

Preliminare ad una politica di rilancio sarebbe l’organizzazione di un sondaggio d’opinione per ciascuna delle Regioni del Settentrione ove dovrebbero essere individuati i segmenti di opinione pubblica più sensibile al messaggio autonomista e l’identificazione dei temi di maggiore interesse locale.

Udine, 1 ottobre 2010

Documento per una politica autonomista nell’Italia del Nord

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UNA PROPOSTA PROGRAMMATICA PER I MOVIMENTI AUTONOMISTI DELL’ITALIA SETTENTRIONALE

in Comunicati

MOVIMENTO AUTONOMISTA FRIULANO

UNA PROPOSTA PROGRAMMATICA PER I MOVIMENTI AUTONOMISTI DELL’ITALIA SETTENTRIONALE

Nell’Italia settentrionale vi sono tutte le condizioni per la formazione in ciascuna regione di un movimento autonomista che sia diretto a valorizzare le specificità locali e a rompere legami di dipendenza sia rispetto al centralismo romano, sia rispetto alle centrali di potere che trovano la loro sede in Milano.

Si tratta di opporsi alle posizioni centraliste dei grandi partiti nazionali che anche nelle nuove forme di decentramento della gestione finanziaria previste dal federalismo fiscale o del potere nella forma del federalismo istituzionale manterrebbero, sulla base degli stretti rapporti di disciplina di partito, meccanismi centralistici di gestione del potere. E questo vale sia per le forze politiche ad impianto nazionale, sia per quella che pure limitata al nord si presenta in forme fortemente centralistiche, ove al potere romano si sostituisce quello milanese.

La formazione di un movimento autonomista per ciascuna regione, per aggregazione in varia forma dei gruppi autonomisti esistenti o per istituzione ex novo di un nuovo movimento, richiede la definizione di alcuni punti programmatici che garantiscano un minimo di omogeneità e allo stesso tempo di differenziazione rispetto alle esistenti forze politiche di estensione nazionale. A questi punti generali ma fortemente caratterizzanti, vanno aggiunti quelli che dovranno essere individuati per ciascuna regione sulla base delle singole specificità sia culturali, sia economiche, sia infrastrutturali.

I punti fondamentali riteniamo possano essere i seguenti:

– economia sociale di mercato, nel senso del pieno riconoscimento dei processi competitivi tra le imprese in un quadro di vincoli diretti a garantire la tutela degli operatori più deboli e meccanismi di redistribuzione dei redditi; il che significa anche rivolgere la massima attenzione ai problemi della piccola e media impresa che rappresenta la base dei sistemi economici delle regioni del Nord;

– federalismo solidale, nel senso di garantire meccanismi di perequazione rispetto alle regioni
più deboli, che non si traducano in forme di assistenzialismo bensì di innesco di processi di
sviluppo attraverso forme di partenariato tra regioni forti e regioni deboli;

– perseguimento dell’autosufficienza a livello di regione per quanto riguarda le fondamentali
risorse naturali e sociali, con particolare riferimento alle risorse energetiche, idriche e finanziarie, che devono essere utilizzate innanzitutto per soddisfare i fabbisogni regionali e solo in subordine i fabbisogni delle altre regioni e dell’intero paese;

– priorità nei processi di reclutamento del personale del sistema scolastico e della pubblica
amministrazione e nella prestazione di servizi pubblici ai soggetti residenti in regione;

– controllo dei flussi di immigrazione da paesi extracomunitari che devono essere
proporzionati alla domanda di lavoro espressa dai locali sistemi delle imprese;

– rafforzamento dei livelli di autonomia regionale, mediante trasferimenti di competenze
statali che conservino allo Stato solo quelle necessariamente gestibili a livello centrale (moneta, sicurezza, difesa, esteri, infrastrutture interregionali);

– devoluzione regionale, nel senso di trasferimento di tutte le competenze gestionali dalle
Regioni alle Province e ai Comuni, riservando alle Regioni solo funzioni di alta legislazione,
di rappresentanza verso l’esterno, di alta programmazione, di coordinamento e di riequilibrio;

– amministrazione partecipata, nel senso di garantire l’efficace espletamento delle funzioni
amministrative ai livelli di governo in cui sia garantita la partecipazione dei cittadini alle
grandi scelte, alla formazione dei programmi, al controllo della loro attuazione e gestione;
questo significa il rifiuto delle impostazioni falsamente efficientiste che in nome della
riduzione, solo apparente, dei costi, conducono alle ricorrenti proposte di abolizione
delle Province e dei piccoli comuni;

– riforma delle amministrazioni locali, con rafforzamento delle Province per le funzioni di
area vasta e accorpamento delle funzioni amministrative, non di sportello, dei comuni, al
fine di razionalizzare l’espletamento di funzioni gestionali puramente strumentali
(ragioneria, tributi, gestione personale, urbanistica) nella forma di costituzione di unioni di
comuni;

– conservazione e valorizzazione del capitale sociale, inteso come insieme di valori, comportamenti, relazioni maturate nell’ambito della comunità e che ne costituiscono un valore fondamentale;

– qualificazione del capitale umano, da perseguirsi attraverso il trasferimento alle regioni o
alle province del sistema di istruzione primaria e secondaria e partecipazione della Regione
al finanziamento delle istituzioni universitarie, che devono rimanere istituzioni pubbliche
autonome e autogovernate, fattori fondamentali dello sviluppo economico e sociale locale;

– tutela del capitale naturale, che deve esser gestito in modo da garantirne la conservazione e va preservato da grandi interventi infrastrutturali che non si dimostrino assolutamente necessari allo sviluppo economico;

– valorizzazione del patrimonio culturale locale, dalla storia, alle tradizioni, al patrimonio architettonico, ai beni culturali della Regione;

– tutela rigorosa dei diritti delle minoranze linguistiche storiche esistenti nella Regione, con
l’introduzione della lingua locale nelle istituzioni scolastiche, nella pubblica
amministrazione, nei mezzi di comunicazione di massa nelle aree di insediamento.

Si tratta di impostazioni rigorosamente autonomistiche, che possono costituire la base programmatica di gruppi autonomisti che abbiano il loro fondamento nelle posizioni dei partiti autonomisti già fortemente radicati in alcune regioni, come il Sudtirolo e la Val d’Aosta, e che sono coerenti con il pensiero del partito popolare europeo.

Qualora tradotti in concrete azioni opportunamente comunicate questi punti sono in grado di differenziare il movimento autonomista dalle impostazioni aziendaliste ed efficientiste e quindi omologanti del berlusconismo e dal centralismo milanese di stampo militare della Lega.

12 ottobre 2010

Documento per un programma dei movimenti autonomisti del Nord Italia

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GIANNI SARTOR COMMENTA IL CASO “AUTO BLU” DEL PRESIDENTE E. BALLAMAN

in Comunicati

“Conosco Edouard Ballaman (nella foto) dall’età di undici anni, quando frequentavamo la scuola Media Don Bosco di Pordenone anche se i contatti sono state da sempre sporadici e quasi sempre casuali in questi quasi 40 anni. Forse per una diversità di caratteri, forse perché io, venendo dalla campagna ho dei metodi più diretti di trattare con le persone. Gli effetti dell’educazione Salesiana furono molto diversi, lui rimase a frequentare il liceo al Don Bosco, io decisi per la scuola pubblica. Ci si ritrovò poi all’Università “Ca’ Foscari di Venezia continuando un rapporto di cortesia dovuto al fatto di condividere la politica come passione comune anche se da posizioni diverse. Lui, politico calcolato e misurato, io, ribelle da sempre alle imposizioni ed ai soprusi del potere, insomma un “non politico” e se vogliamo pure rompiscatole e poco disposto al compromesso. Fatto sta che da un momento all’altro me lo ritrovo deputato di questa Repubblica mentre io continuavo le mie battaglie di frontiera ed ai margini di quella che qualcuno ha definito “la nobile arte” e che io continuo e continuerò sempre a considerare un hobby. Proprio quest’estate, frequentando da anni Porto Santa Margherita di Caorle, mi è capitato di incontrare il nostro Presidente del Consiglio incrociandoci durante una delle mie passeggiate in bicicletta ed anzi in quell’occasione, ribadendo le mie critiche a molte delle sue posizioni attuali e passate, avevo avuto l’opportunità di complimentarmi con lui per aver rinunciato all’auto blu. Sono sempre stato contrario a queste manifestazioni di potere e sono sempre stato convinto che le auto blu non dovrebbero proprio esistere tra i già lauti compensi che i nostri rappresentanti percepiscono. Mettendomi nei panni di un politico regionale o nazionale, sinceramente mi vergognerei di farmi scarrozzare dall’autista, forse anche perché a me piace guidare e lo faccio volentieri, ma evidentemente non siamo tutti uguali. Solo qualche giorno dopo, lo scandalo sulla stampa che anche se giustamente dovrà essere accertato dalla Magistratura, non sembra dare spazio a grandi interpretazioni viste le circostanze estremamente dettagliate e la probabile provenienza del dossier da ambienti molto vicini al Presidente Ballaman. Immagino quindi lo sconcerto dei molti iscritti alla Lega per questo che si prospetta come un regolamento di conti interno al quale altrettanto probabilmente seguiranno delle ritorsioni. In ogni caso, la questione di per sè, mette tristezza comunque. Sia perché il protagonista proviene da un’area che si prefigge (o forse si prefiggeva) la moralizzazione della politica italiana, sia perché non siamo abituati e preparati a sentire che questi fatti possano accadere nella nostra Regione. C’è da auspicarsi che questo episodio non sia solo la punta di un iceberg che emerge dal pozzo nero della politica italiana e personalmente, come credo molti cittadini di questa Regione, credo che la Procura della Repubblica e la Corte dei Conti dovrebbero effettuare controlli su tutte le “auto blu” di proprietà regionale e provinciali (cioè nostre) in modo da togliere ogni dubbio e sospetto sugli utilizzi impropri di questi benefits spesso ingiustificati in modo da ridare credibilità all’Istituzione e fiducia ai cittadini. Giustificare poi l’uso dell’auto di servizio per impegni di partito come ha fatto il Presidente della Provincia di Udine Fontanini, non rappresenta certo un modello comportamentale degno di un Friulano e soprattutto consono con la nostra mentalità parsimoniosa. Al di là di tutta questa spiacevole vicenda e nell’attesa che la Magistratura svolga il suo ruolo, resta il silenzio dell’interessato che certamente non contribuisce ad eliminare il clima giustificato di sospetti che questa situazione ha generato nei cittadini. Resta, ancor più grave, sempre se le accuse verranno provate, la perdita di verginità del nostro sistema politico nel solo pensare che certe cose possano solo accadere agli altri e che il nostro Friuli possa essere un’isola felice. Finché 7-8 segretari di partito nazionali, continueranno a decidere dall’alto i componenti del Parlamento e delle Istituzioni intermedie privandoci del diritto di esprimere almeno una preferenza, il centralismo Romano o Milanese non verrà mai sconfitto e penso che le “storture” a noi lontane potranno solo diffondersi in maniera sempre più macroscopica anche a livello locale. Io ho un’idea diversa da uno sterile federalismo per la nostra Regione, io vedo le Regioni come delle famiglie da gestire alle quali dovrebbe essere assegnato un budget in ragione della loro capacità produttiva. Entrate certe e spese certe funzionali a queste entrate, solo così nel caso di mala gestione, il cittadino sarebbe in grado di individuare precise responsabilità e comportarsi di conseguenza nelle urne. Ma in una situazione di “democrazia anestetizzata” come quella attuale dove siamo stati espropriati del diritto di voto andando a ratificare scelte fatte altrove, questo non è possibile. Nel limite delle sue possibilità, il Movimento Autonomista Friulano, si impegna e si impegnerà in futuro, affinché queste condizioni si possano realizzare a vantaggio di tutta la comunità”.

dr. Gianni Sartor

Coordinatore del Movimento Autonomista Friulano

per la Provincia di Pordenone

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